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FOMO

FOMO: l’ansia digitale di esserci sempre

Tre passi per una serena JOMO, godersi il presente e ritrovare il timone del nostro tempo

La FOMO può sorprenderci in qualsiasi momento, a volte senza neanche che ce ne accorgiamo davvero. Può nascere da un controllo rapido alle notifiche, magari in una pausa, e manifestarsi con un leggero senso di apprensione o di esclusione nel vedere le foto di un evento a cui non abbiamo partecipato. Nei casi più intensi, la FOMO si trasforma in una vera e propria urgenza: il bisogno di essere costantemente connessi, per non rischiare di perdere un’opportunità, un’informazione o un’esperienza che sembra “memorabile” negli specchi (spesso distorti) dei social media. Questa sensazione ha il nome di FOMO, acronimo di Fear Of Missing Out (letteralmente, la “paura di essere tagliati fuori”). Non si tratta di una semplice debolezza emotiva, ma di un fenomeno psicologico e sociale complesso, che intreccia neuroscienze, architetture digitali e naturali bisogni evolutivi, con un impatto diretto sul nostro benessere psicofisico.

La neurobiologia dell’esclusione: perché il cervello va in allarme

Per comprendere la forza della FOMO, dobbiamo viaggiare molto indietro nel tempo. Il nostro cervello si è evoluto in contesti arcaici tribali, dove l’appartenenza al gruppo era una questione di vita o di morte. Essere aggiornati sulle dinamiche del clan o partecipare alle sue attività garantiva allora la sopravvivenza, mentre l’isolamento sociale o l’esclusione significavano un pericolo vitale.

Al giorno d’oggi, le piattaforme digitali dialogano direttamente ancora con questi meccanismi ancestrali. Quando vediamo online che i nostri amici o colleghi stanno condividendo una bella esperienza senza di noi, il nostro sistema nervoso non interpreta l’evento in modo logico, ma attiva una risposta biologica di allerta con:

  • iperattivazione dell’amigdala che interpreta la “mancanza” o l’esclusione sociale come una minaccia acuta, innescando stati di ansia e stress.

  • ricerca compulsiva di dopamina, perché i social media funzionano sul principio della ricompensa intermittente, dove ogni notifica, like o storia stimola il rilascio di dopamina. La paura di perdere un aggiornamento significativo (e dopaminico) spinge il cervello a cercare compulsivamente lo schermo, creando un circolo vizioso di ipervigilanza cognitiva.

La FOMO negli adolescenti

Se negli adulti la FOMO si manifesta spesso come un’insoddisfazione cronica per la propria vita (che può venire confrontata continuamente con le esistenze idealizzate e “filtrate” degli altri), negli adolescenti il fenomeno assume una rilevanza centrale. Durante l’adolescenza, infatti, la costruzione dell’identità passa proprio attraverso il rispecchiamento nei pari. Essere disconnessi, anche solo per poche ore, viene percepito dai ragazzi come una vera e propria “morte sociale”. Questa percezione, se non moderata e modulata, genera l’urgenza di essere costantemente reperibili, portando anche a fenomeni come il vamping (restare svegli di notte per chattare, come “vampiri” digitali) e a un progressivo logoramento dell’attenzione profonda e della qualità del sonno, che è invece fondamentale per la buona cura delle relazioni e per la nostra salute globale.

Per contrastare la FOMO, non è necessario demonizzare lo strumento tecnologico, perché il problema non è lo smartphone in sé, ma la mancanza di un’alfabetizzazione emotiva che aiuti i ragazzi (ma anche gli adulti) a tollerare la frustrazione del limite e a valorizzare il piacere dell’attesa.

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Dalla FOMO alla JOMO: tre passi per l’autoeducazione

La buona notizia è che il cervello possiede una straordinaria neuroplasticità e anche le abitudini digitali e i pattern d’ansia possono essere riprogrammati. Un obiettivo educativo può essere passare dalla FOMO alla JOMO (Joy Of Missing Out), ovvero il piacere di non partecipare necessariamente a tutto, per goderci invece pienamente ciò che stiamo vivendo nel qui e ora.

Ecco tre strategie che possiamo applicare nella vita quotidiana per allenare la mente all’equilibrio:

1. Pratichiamo il silenzio digitale quotidiano

Dedichiamo un tempo quotidiano alla disconnessione totale dagli strumenti digitali, magari dedicandoci a qualche attività creativa, sportiva, alla meditazione o al semplice, quanto potente, silenzio consapevole intenzionale. All’inizio forse il cervello potrebbe inviare segnali di ansia, per comunicare l’urgenza di controllare lo schermo. Tuttavia, imparare ad abitare il silenzio, focalizzandoci magari anche sulla respirazione o su un’attività manuale, ci aiuta a disinnescare l’iperattività dell’amigdala e a rigenerare l’attenzione profonda, scoprendo che, sì, possiamo tranquillamente staccare per un po’ dalla “onlife”, la vita online, per connetterci alla vita reale e concreta, dove si coltiva e si raccoglie la felicità più profonda.

2. Riconosciamo il “Bias del Confronto”

Ricordiamoci sempre che ciò che vediamo online è una narrazione curata, un montaggio dei momenti migliori, non la realtà completa. Quando appare alla soglia della consapevolezza quel senso di inadeguatezza, di fronte a tanta bellezza e successo che sembra non toccarci, spostiamo il focus della riflessione e chiediamoci, con sincerità autentica: “Cosa mi manca davvero, in questo momento, o cosa sto cercando di anestetizzare guardando le vite degli altri?”.

3. Coltiviamo la risonanza

La FOMO ci spinge ad avere mille contatti superficiali. La JOMO, invece, ci invita a cercare la qualità. Invece di perderci a commentare un’infinita di post e storie di conoscenti, possiamo chiamare un amico per un caffè o possiamo passare del tempo di qualità con la nostra famiglia. Il cervello sociale si nutre soprattutto di presenza reale, autentica, incarnata, ossia offline.

Coltiviamo lo spazio tra impulso e azione

La FOMO e la JOMO ci invitano a riflettere sulla nostra libertà interiore, che non consiste necessariamente nel cancellarsi dai social o nel vivere isolati dal mondo moderno e tecnologico. La vera libertà significa, piuttosto, vincere l’automatismo o il sonnambulismo psichico e conquistare lo spazio che esiste fra l’impulso (in questo caso la notifica che suona) e l’azione (prendere il telefono). La vera libertà significa usare il telefono, senza “farci usare” da lui, mantenendo saldo il timone della nostra quotidianità.

Imparare consapevolmente a dire “in questo momento scelgo di non esserci” non è una rinuncia, ma un atto di profonda cura verso la nostra salute globale e anche di grande forza, che può aiutarci a sostenere l’autostima, la sicurezza in noi stessi e il nostro senso di autoefficacia. È il segnale di una maturità emotiva che non ha bisogno della validazione continua di uno schermo per sentire di esistere, ma che trova il proprio valore nella verità della propria esperienza presente e in una navigazione consapevole della stessa, fra scelte libere, discernimenti e un autonomo orientamento verso i nostri migliori obiettivi.



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Bibliografia
  • Akbari, M., Seydavi, M., Palmieri, S., Mansueto, G., Caselli, G., & Spada, M. M. (2021). Fear of missing out (FoMO) and internet use: A comprehensive systematic review and meta-analysis. Journal of Behavioral Addictions10(4), 879-900.
  • Alutaybi, A., Al-Thani, D., McAlaney, J., & Ali, R. (2020). Combating fear of missing out (FoMO) on social media: The FoMO-R method. International journal of environmental research and public health17(17), 6128.
  • Barry, C. T., Smith, E. E., Murphy, M. B., Halter, B. M., & Briggs, J. (2023). JOMO: Joy of missing out and its association with social media use, self-perception, and mental health. Telematics and Informatics Reports10, 100054.
  • Eitan, T., & Gazit, T. (2024). The “here and now” effect: JoMO, FoMO and the well-being of social media users. Online Information Review48(5), 1002-1024.
  • Tanhan, F., Özok, H. İ., & Tayiz, V. (2022). Fear of missing out (FoMO): A current review. Psikiyatride Guncel Yaklasimlar14(1), 74-85.
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