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Intelligenza Emotiva

La prima definizione di Intelligenza Emotiva in quanto tale è opera di due psicologi statunitensi, Peter Salovey e John D. Mayer, i quali nel loro articolo “Emotional Intelligence” del 1990, la definiscono come:

“La capacità di monitorare i sentimenti e le emozioni propri e altrui, di discriminarli e di utilizzare queste informazioni per guidare il proprio pensiero e le proprie azioni”.
(Salovey, Mayer, 1990)

Sarà in seguito Salovey a definire i cinque ambiti di espressione dell’Intelligenza Emotiva resi celebri dall’opera divulgativa di Daniel Goleman. Questi cinque ambiti sono: Consapevolezza di Sé, Dominio di Sé, Motivazione, Empatia e Abilità Sociali.

Il concetto di Intelligenza Emotiva, così come più in generale l’ida di una molteplicità di intelligenze, trova il suo fondamento anatomico nella nostra crescente conoscenza della struttura del cervello. Oggi sappiamo, infatti, che diverse aree del cervello sono correlate con abilità e competenze specifiche che possono essere indipendenti le une dalle altre. Si parla perciò di “cervello emozionale” per riferirsi a quelle aree tipiche del cervello limbico cui afferiscono le funzioni emotive. L’area più nota del “cervello emozionale” è certamente l’amigdala, il cui nome viene dal termine greco per mandorla, a causa della forma di questa struttura cerebrale. All’amigdale si correlano le nostre risposte emotive più intense, sia in termini negativi e aggressivi che ti motivazione ed entusiasmo.

 

 

L’amigdala e il sistema limbico-emozionale

 

Apprendere le competenze specifiche dell’Intelligenza Emotiva significa poterle allenare, potenziarle, ovvero essere più consapevoli di sé, capaci di dominare i propri impulsi, motivarsi, essere empatici e tessere relazioni soddisfacenti. Tutte qualità che possono essere determinanti nella creazione di un mondo migliore, più consapevole, inclusivo, orientato al miglioramento dell’insieme.

Il punto di vista di Pedagogia per il Terzo Millennio

Scrive Patrizio Paoletti in Crescere nell’eccellenza del 2008:

“La famosa dicotomia tra razionale ed emotivo non si traduce in una semplice diatriba scientifico-conoscitiva, ma influenza e condiziona poderosamente interventi sia nell’ambito clinico-terapeutico che in quello educativo-formativo.
Nel prossimo futuro saremo impegnati nella risoluzione di questo spinoso problema dovendo restituire all’intelligenza emotiva il ruolo determinante che da sempre ha rivestito nell’evoluzione dell’individuo e della società in cui esso si manifesta.
La scuola dovrà ridisegnare il suo ruolo proponendo percorsi formativi atti a sollecitare le abilità emotive al fine di preparare nuove classi dirigenziali in grado di rispondere ai complessi ed intricati universi che si prospettano all’orizzonte. La mancanza di abilità sociali in ambito lavorativo è la grande problematica che i datori di lavoro si trovano ad affrontare quotidianamente. […] Se ieri l’acquisizione di un titolo di studio superiore rappresentava una forma di garanzia per il futuro, oggi nel mondo è divenuta cosa normale incontrare, persone estremamente profilate dal punto di vista del QI; eppure ciò si rivela ogni giorno sempre meno predittivo della loro reale capacità di inserirsi in un team di lavoro riuscendo a cooperare con esso al fine di innalzarne la capacità produttiva.
Possiamo affermare che l’intelligenza emotiva si va delineando come l’elemento cardine per il mondo sul quale ci affacciamo, rappresentando in esso quella capacità che, resa consapevole, è in grado di produrre vero vantaggio.”

(Paoletti, 2008:79-80)

 

 

 

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