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Salute mentale

Tossicodipendenze

Che cosa rende le tossicodipendenze una sfida per la salute globale?

Le tossicodipendenze non sono semplicemente “vizi” personali, ma vere e proprie patologie croniche del cervello e del comportamento, che intrecciano biologia, psicologia e contesto sociale. Le più recenti stime indicano che quasi 300 milioni di persone nel mondo fanno uso di sostanze, con circa 64 milioni che presentano un vero disturbo da uso di droghe, ma solo una minoranza riceve un trattamento adeguato.

Questo impatto non si misura solo in termini di malattia e mortalità, ma anche in anni di vita persi, disabilità, costi sanitari, perdita di produttività e crisi delle relazioni familiari e comunitarie. Le tossicodipendenze diventano così uno specchio delle fragilità collettive: disuguaglianze economiche, guerre, migrazioni forzate, esclusione sociale, ma anche modelli culturali che esaltano la prestazione, la velocità, la gratificazione immediata.

In molte aree del mondo, soprattutto in contesti ad alto reddito, i disturbi da uso di sostanze sono tra le principali cause di perdita di anni di vita in buona salute negli adolescenti e nei giovani adulti, con milioni di nuovi casi ogni anno. Parlare di tossicodipendenze, dunque, significa leggere insieme cervello e società, individui e politiche pubbliche, vulnerabilità intime e dinamiche globali.

Come le droghe “riscrivono” il cervello?

Per comprendere le tossicodipendenze è fondamentale capire come le droghe modificano i circuiti cerebrali che regolano piacere, motivazione, stress e autocontrollo. Le sostanze psicoattive sfruttano il sistema della ricompensa, un insieme di aree e connessioni – tra cui area tegmentale ventrale, nucleo accumbens e corteccia prefrontale – che normalmente ci motiva a cercare ciò che è utile alla sopravvivenza, come cibo, relazioni, esplorazione. ​I principali meccanismi neurobiologici possono essere descritti, in forma semplificata, così:

  • Aumento anomalo della dopamina

La maggior parte delle droghe d’abuso provoca un rilascio rapido e molto intenso di dopamina nel nucleo accumbens, ben superiore a quello generato da stimoli naturali come mangiare o socializzare. Questo “picco” viene registrato dal cervello come un segnale straordinariamente importante, così potente da sovrascrivere altre fonti di piacere e interesse. Con il tempo, il cervello si abitua a questi livelli elevati: la stessa dose produce un effetto minore (tolleranza) e la persona tende ad aumentare quantità o frequenza per inseguire la sensazione iniziale.

  • Rinforzo di abitudini e compulsioni

L’esposizione ripetuta alle droghe induce adattamenti nelle vie che collegano il sistema della ricompensa con lo striato e le aree motorie, favorendo il passaggio da un consumo “scelto” a comportamenti sempre più automatici e compulsivi. L’atto di procurarsi e assumere la sostanza diventa un’abitudine rigida, scatenata da stimoli ambientali (luoghi, persone, stati emotivi) che funzionano come “inneschi”, anche dopo periodi di astinenza.

  • Indebolimento del controllo esecutivo

La corteccia prefrontale – la regione coinvolta in pianificazione, decisione, inibizione degli impulsi e valutazione delle conseguenze – mostra alterazioni strutturali e funzionali nelle persone con disturbi da uso di sostanze. Questo si traduce in difficoltà a resistere agli impulsi, a considerare i rischi a lungo termine, a mantenere obiettivi coerenti (come lavoro, studio, cura di sé). L’immagine dell’“addicted” che continua a usare droghe pur conoscendone i pericoli non è segno di debolezza morale, ma espressione di un circuito di autocontrollo profondamente alterato.

  • Stress, emozioni negative e “anti-ricompensa”

Con il tempo, l’organismo non solo si abitua agli effetti positivi della sostanza, ma sviluppa un sistema “anti-ricompensa”, basato su circuiti dello stress e segnali neurochimici che generano ansia, irritabilità, disforia quando la droga non è presente. La persona non usa più solo per cercare piacere, ma per evitare un malessere crescente: è un passaggio cruciale dal consumo ricreativo alla dipendenza, in cui la sostanza diventa una sorta di “farmaco” contro il vuoto e l’angoscia che essa stessa ha contribuito a creare.

Perché alcune persone diventano dipendenti e altre no?

Non tutti coloro che sperimentano una sostanza sviluppano una tossicodipendenza: questo dipende da una complessa interazione tra fattori individuali, familiari e sociali. La scienza parla di vulnerabilità: un terreno in cui la droga trova più facilmente spazio, specie nelle fasi di sviluppo come adolescenza e prima età adulta, quando il cervello è ancora in piena maturazione. In questo quadro, alcuni elementi ricorrenti emergono con particolare chiarezza. ​Tra i principali fattori di rischio e di protezione si possono individuare:

  • Fattori genetici e biologici

Studi su gemelli e famiglie indicano che una quota significativa del rischio di disturbi da uso di sostanze è legata a varianti genetiche che influenzano la sensibilità ai rinforzi, il metabolismo delle droghe e la regolazione di ansia e impulso. Questo non significa che esista un “gene della dipendenza”, ma che un certo profilo biologico può rendere più probabile sviluppare uso problematico in presenza di stress, facile accesso alle droghe o traumi. Inoltre, condizioni psichiatriche già presenti (come disturbi dell’umore, ADHD, disturbi d’ansia) aumentano il rischio, anche perché alcune persone utilizzano le sostanze come forma di “autocura” disfunzionale.

  • Età di inizio e fase evolutiva

L’uso precocesoprattutto in adolescenza, quando le aree emotive del cervello maturano prima di quelle del controllo – è fortemente associato a un incremento di disturbi da uso di sostanze in età adulta. Un adolescente può essere particolarmente attratto dalla ricerca di novità e di sensazioni intense, mentre ha ancora limitata capacità di valutare conseguenze a lungo termine. Questo squilibrio fisiologico rende le esperienze con droghe più incisive nel modificare i circuiti cerebrali, consolidando pattern di uso che persisteranno più facilmente nel tempo.

  • Traumi, stress e salute mentale

Eventi traumatici (abusi, violenze, lutti, condizioni di guerra o migrazione forzata) e stress cronico (povertà, discriminazione, precarietà abitativa o lavorativa) rappresentano potenti fattori di vulnerabilità. In questi contesti, la sostanza può apparire come una scorciatoia per anestetizzare dolore psichico, insonnia, ansia, o per sentirsi temporaneamente integrati in un gruppo. Ma, proprio perché legata alla gestione di emozioni intense, la dipendenza risulta spesso più grave e resistente, con un forte rischio di ricadute quando i traumi non vengono affrontati in modo specifico.

  • Famiglia, scuola e ambiente sociale

Un ambiente familiare caratterizzato da conflitti, consumo problematico di alcol o droghe da parte degli adulti, trascuratezza o maltrattamento aumenta notevolmente il rischio di uso di sostanze nei figli. Al contrario, relazioni affettive stabili, comunicazione aperta, modelli adulti coerenti, esperienze scolastiche positive e appartenenza a gruppi prosociali fungono da fattori protettivi. Anche il contesto urbano, la disponibilità di droghe nel quartiere, le politiche locali e il grado di stigmatizzazione o inclusione dei consumatori influenzano in modo significativo sia l’avvio sia l’evoluzione dei comportamenti di uso.

Quali effetti psicologici e sociali hanno le tossicodipendenze?

I disturbi da uso di sostanze non colpiscono solo l’organismo, ma permeano la vita emotiva, le relazioni e la partecipazione alla comunità. In molte persone, la dipendenza si accompagna a un progressivo restringimento degli interessi, a un isolamento sociale crescente e a una perdita di senso rispetto al proprio ruolo sociale: genitore, partner, lavoratore, studente. Nel tempo, la droga occupa sempre più spazio nella mente e nella giornata, fino a diventare il centro attorno a cui ruotano pensieri, scelte e legami. ​Gli impatti psicologici e sociali più frequenti includono:

  • Compromissione della salute mentale e del benessere emotivo

Depressione, ansia, irritabilità, sbalzi d’umore e riduzione della capacità di provare piacere da attività quotidiane (anedonia) sono molto comuni nelle persone con disturbi da uso di sostanze. Spesso è difficile stabilire cosa venga prima: in alcuni casi, sintomi psichici preesistenti favoriscono l’uso di droghe; in altri, è l’uso cronico a innescare o aggravare disturbi mentali. In entrambi i casi, la qualità della vita percepita crolla: aumentano senso di colpa, vergogna, mancanza di speranza, con una ridotta fiducia nella possibilità di cambiamento.

  • Deterioramento delle relazioni familiari e sociali

Famiglie e partner sperimentano un forte carico emotivo fatto di paura, rabbia, frustrazione, senso di impotenza, e spesso anche di stigma sociale. I conflitti per soldi, bugie, assenze improvvise, comportamenti imprevedibili e talvolta violenti logorano la fiducia reciproca. I ruoli si alterano: figli che diventano “genitori” dei genitori, fratelli che si sentono trascurati, partner che oscillano fra iper-controllo e distacco. Sul piano sociale, la persona può perdere progressivamente amici non consumatori, sostituiti da legami centrati quasi esclusivamente sulla sostanza, spesso fragili e instabili.

  • Impatto su studio, lavoro e partecipazione civica

Disturbi da uso di sostanze sono associati a calo del rendimento scolastico, abbandono degli studi, difficoltà di concentrazione, scarsa puntualità, aumento di assenze e incidenti sul lavoro. La perdita o la precarizzazione dell’impiego, combinata con eventuali problemi legali (ad esempio reati legati al possesso o allo spaccio, o alla guida in stato di alterazione), alimenta un circolo vizioso di marginalità socio-economica. Questo non pesa solo sul singolo, ma sull’intera collettività: aumenta la spesa sanitaria, si riduce la produttività, si aggravano povertà e disuguaglianze.

  • Stigma, discriminazione e auto-stigma

In molte culture, le persone con dipendenze sono etichettate come “deboli”, “viziate” o “pericolose”, più che come persone con una malattia complessa che necessita di cura. Questo stigma esterno si trasforma spesso in auto-stigma: interiorizzazione di giudizi negativi, perdita di autostima e rinuncia a chiedere aiuto per paura di essere esclusi o giudicati. Una società che vuole davvero ridurre i danni delle droghe deve lavorare su questo piano simbolico, riconoscendo la dignità e la possibilità di cambiamento di chi vive una dipendenza.

Le tossicodipendenze si possono curare davvero?

La ricerca scientifica mostra con chiarezza che il recupero è possibile: le tossicodipendenze sono malattie trattabili, non condanne irrevocabili. Tuttavia, la cura non coincide con un intervento unico e miracoloso; è piuttosto un percorso a fasi, fatto di prevenzione, diagnosi precoce, trattamenti integrati e sostegno di lungo periodo, spesso con ricadute che vanno comprese come parte del processo, non come fallimenti definitivi. ​Le strategie di cura e di promozione del benessere globale includono:

  • Interventi medici e farmacologici mirati

Per alcune dipendenze – in particolare da oppioidi e da alcol – esistono terapie farmacologiche efficaci che riducono il desiderio irresistibile di sostanze (craving), attenuano i sintomi di astinenza e diminuiscono il rischio di overdose e mortalità. Questi farmaci, se inseriti in programmi strutturati e monitorati, permettono di stabilizzare la persona e di creare lo spazio necessario per lavorare su aspetti psicologici e sociali. Allo stesso tempo, il trattamento medico delle complicanze fisiche (infezioni, patologie cardiovascolari, epatiche, respiratorie) è essenziale per interrompere il deterioramento del corpo e migliorare l’energia e la motivazione al cambiamento.

  • Psicoterapia, interventi psicosociali e riabilitazione

Approcci psicoterapeutici basati sulle prove – come terapia cognitivo-comportamentale, colloquio motivazionale, interventi familiari e programmi di rinforzo comunitario – aiutano a riconoscere i fattori scatenanti, sviluppare strategie alternative alla sostanza, ricostruire reti sociali positive e rielaborare traumi. I percorsi residenziali o semi-residenziali, le comunità terapeutiche e i servizi territoriali possono offrire un contesto protetto in cui “disintossicare” non solo il corpo, ma anche le abitudini, i ritmi di vita e l’immaginario della persona. In molti casi, la riabilitazione include formazione, accompagnamento al lavoro, laboratori espressivi, attività sportive e progetti di volontariato, per restituire un senso di appartenenza e di utilità sociale.

  • Riduzione del danno e politiche di salute pubblica

Programmi di scambio di siringhe, stanze del consumo controllato, distribuzione di naloxone per contrastare le overdose, informazione sui rischi di combinazione di sostanze sono esempi di interventi di riduzione del danno che, lungi dal “incoraggiare” l’uso, mirano a preservare vite e salute in attesa o in parallelo a percorsi di cura. A livello di politiche, la disponibilità di servizi accessibili e non giudicanti, la depenalizzazione dell’uso personale in alcuni contesti, la regolazione intelligente dei mercati legali (come l’alcol) e una forte integrazione tra servizi di salute mentale e dipendenze sono fattori determinanti.

  • Sostegno di lungo periodo e prevenzione delle ricadute

Poiché le modifiche cerebrali e comportamentali legate alla dipendenza possono durare anni, il supporto nel lungo periodo – gruppi di auto-aiuto, follow-up ambulatoriali, interventi domiciliari, reti di pari che hanno superato la dipendenza – è cruciale per prevenire ricadute gravi. Le ricadute, quando avvengono, andrebbero considerate segnali di vulnerabilità ancora attive, da analizzare e gestire, non motivo di esclusione dai percorsi. Un approccio centrato sul recupero guarda alla persona nella sua interezza: non solo astinenza dalla sostanza, ma qualità delle relazioni, significato del lavoro, cura del corpo, progettualità per il futuro.

Che cosa significa “benessere globale” nell’era delle dipendenze?

In un mondo in cui l’accesso alle sostanze – legali e illegali – è più facile che mai e i mercati delle droghe si diversificano, parlare di tossicodipendenze significa interrogarsi sul modello di benessere che una società vuole perseguire. Il concetto di “salute globale” invita a superare la visione riduttiva che oppone semplicemente “uso” e “astinenza”, per abbracciare una prospettiva che includa salute fisica, equilibrio psichico, qualità delle relazioni, partecipazione sociale, sostenibilità ambientale e giustizia sociale. ​Alcune direzioni chiave per un benessere realmente integrato sono:

  • Promozione di competenze di vita e alfabetizzazione emotiva

A scuola, nei servizi per adolescenti e famiglie, nelle comunità locali, la prevenzione più efficace non è lo “spaventare” con i danni delle droghe, ma potenziare capacità di gestione dello stress, problem solving, pensiero critico, regolazione delle emozioni e costruzione di relazioni significative. Programmi basati su evidenze mostrano che interventi precoci di educazione socio-emotiva riducono la probabilità di uso problematico di sostanze, migliorano il rendimento scolastico e rafforzano la resilienza di fronte a eventi avversi. Ogni investimento in queste competenze è un investimento a lungo termine in salute mentale collettiva.

  • Riduzione delle disuguaglianze e dei contesti a rischio

Le tossicodipendenze si concentrano spesso in aree segnate da povertà, disoccupazione, segregazione, violenza e assenza di servizi. Politiche abitative, sostegno al reddito, tutela del lavoro, accesso equo all’istruzione e alla sanità non sono solo misure “sociali”, ma interventi profondamente preventivi rispetto all’uso problematico di sostanze. In altre parole, una società meno diseguale è anche una società meno vulnerabile alle dipendenze: ridurre le distanze economiche e simboliche significa ridurre la necessità di “anestetici” chimici per sopportare condizioni di vita insostenibili.

  • Costruzione di comunità inclusive e non stigmatizzanti

La prospettiva del benessere globale invita a vedere le persone con dipendenze come cittadini portatori di diritti, non solo come pazienti o problemi da gestire. Progetti di housing first, laboratori di co-produzione di servizi con utenti e famiglie, iniziative culturali e di narrazione che diano voce a chi ha vissuto la dipendenza sono esempi di pratiche che ricuciono legami sociali. Anche i media, inclusi i web magazine e i social network, hanno un ruolo chiave: scegliere un linguaggio rispettoso, basato su dati scientifici ma attento alle storie individuali, può contribuire a trasformare lo sguardo collettivo sulle tossicodipendenze. ​In definitiva, parlare oggi di tossicodipendenze significa parlare di che cosa si intende per vita buona: non solo assenza di droghe, ma presenza di relazioni sicure, opportunità reali, spazi di senso e di partecipazione. Una società che cura le dipendenze cura, in realtà, anche le proprie ferite più profonde.

    Non temere mai di chiedere aiuto!

    Tutti i contenuti di divulgazione scientifica di Fondazione Patrizio Paoletti sono elaborati dalla nostra équipe interdisciplinare e non sostituiscono in alcun modo un intervento medico specialistico. Se pensi che tu o qualcuno a te vicino abbia bisogno dell'aiuto di un professionista della salute mentale, non esitare a rivolgerti ai centri territoriali e agli specialisti.

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