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Intervista a Patrizio Paoletti

La prefigurazione di 20 anni di ricerca neuroscientifica: intervista a Patrizio Paoletti

Nella Giornata Mondiale del Cervello 2023, vi presentiamo un’intervista al fondatore Patrizio Paoletti, che ci racconta come è nata oltre 20 anni fa la visione di un ricerca multidisciplinare per preparare ai drastici cambiamenti del nostro tempo e sviluppare il potenziale umano, a partire dalla conoscenza del cervello.

Patrizio Paoletti, ricercatore, mentore, uomo di Pace, ideatore e fondatore del RINED, Istituto di Ricerca in Neuroscienze, Educazione e Didattica, che afferisce alla Fondazione che porta il suo nome. Questo Ente nasce dalla sua intuizione pioneristica della necessità di ripensare l’educazione su basi neuroscientifiche. In occasione del World Brain Day 2023, a oltre 20 anni dalla costituzione di Fondazione Paoletti, può raccontarci come è nato questo percorso?

Il mio percorso di ricerca su cervello ed educazione precede, in realtà, di diversi anni la fondazione dell’ente. Già nel 1984 realizzavo percorsi educativi e la lettura de “Il cervello sociale” di Mike Gazzaniga fu la folgorante conferma di quello che già intuivo, la necessità di ripensare noi stessi a partire da quello che stiamo scoprendo sul cervello umano. Da allora mi sono sempre dedicato a sviluppare saperi utili a realizzare il nostro vero potenziale. Concentrare la nostra attenzione sul cervello vuol dire poter mettere da parte molti equivoci e pregiudizi del passato, per concentrarci solo su ciò che è davvero efficace per lo sviluppo delle nostre capacità. La ricerca scientifica è un processo che richiede molto e vive di rigore metodologico e collaborazioni specializzate. Occorre dedicarsi a lungo all’osservazione dei processi, ma i risultati sono entusiasmanti. La linea logica che ho elaborato si è concretizzata nella creazione di una nuova disciplina chiamata neuro-psicopedagogia didattica, che ha trovato entusiasti sostenitori nel mondo accademico come Moshe Abeles, ex direttore del Gonda Brain Center, in Israele. Si tratta di un percorso specificamente progettato per la creazione di strumenti educativi. Si parte dalla conoscenza della struttura cerebrale e come questo sapere ci permette di precisare lo studio della nostra psicologia, i processi di apprendimento, per poi giungere alla creazione di strumenti didattici per l’apprendimento rapido.

Ad esempio, una rappresentazione accettata del cervello è la teoria del cervello triunico sviluppata da MacLean negli anni ’60 del secolo scorso. Secondo questa teoria di tipo filogenetico, il nostro cervello può essere suddiviso in tre strati sviluppatisi successivamente nel corso dell’evoluzione, un cervello rettile, preposto principalmente alle funzioni istintive, un cervello limbico, deputato alle funzioni emotive e, infine, la neocorteccia, dove ha sede il pensiero razionale caratteristico della nostra specie. Oggi questa suddivisione è considerata superata in ambito neurofisiologico, perché riusciamo ad osservare molto più in dettaglio la complessità della struttura cerebrale, ma è ancora del tutto efficace quando si tratta di osservare la nostra psicologia e il nostro comportamento. Infatti, se teniamo conto di questi tre cervelli, possiamo sviluppare strumenti differenziati per lo sviluppo delle diverse intelligenze che esprimono, un’intelligenza istintivo-motoria, una emozionale, una razionale. Con la tecnica di mindful movement Quadrato Motor Training, per esempio, abbiamo fatto una ricerca ormai ventennale sulla relazione tra movimento e cognizione, dimostrando come un movimento organizzato ha effetti straordinari sulla stessa struttura del cervello. Questa ricerca ha ottenuto risultati preliminari ma significativi in relazione alla malattia di Alzheimer, uno dei grandi mali del nostro tempo, con 600.000 persone affette in Italia e 44 milioni nel mondo. Stiamo verificando la possibilità di una speranza. Se vogliamo utilizzare tutto il nostro potenziale, dobbiamo diventare consapevoli di come siamo fatti.

Quando portiamo la nostra attenzione al funzionamento cerebrale, naturalmente sviluppiamo consapevolezza, perché la nostra attenzione si sposta da ciò che manifestiamo al come e al perché, ai processi che sono alla base di ciò che si vede in superficie. Comprendiamo ciò che c’è più in profondità. È un’idea centrale per il nostro tempo, per l’educazione delle nuove generazioni che devono confrontarsi con un mondo che cambia ad una velocità che era semplicemente inconcepibile qualche anno fa. Questa dinamicità richiede una grandissima flessibilità cognitiva, capacità di mantenere il proposito nel mutare delle forme, divenire capaci di vedersi cambiare nel mondo che cambia, come mi piace dire. Senza una efficace flessibilità cognitiva non potremo vincere la sfida della sostenibilità, dalla quale oggi dipende la vita stessa della nostra specie.

La Fondazione Patrizio Paoletti è nata proprio per rispondere a questa sfida e per farlo a 360 gradi. Abbiamo fatto della ricerca scientifica la nostra base imprescindibile, su cui fondare i metodi con cui facciamo educazione d’eccellenza per i più piccoli, formiamo gli educatori, realizziamo progetti di lifelong learning, di sensibilizzazione e di sostegno alla scolarizzazione in zone disagiate come le periferie di Napoli e Roma, e paesi a basso reddito come Congo e Nepal. E ancora, realizziamo interventi educativi nel contesto delle emergenze: dal terremoto nel centro Italia del 2016 alla recente alluvione in Emilia Romagna, al terremoto in Turchia-Siria, ci occupiamo di fornire strumenti interiori alle popolazioni colpite per ricominciare a sperare e prefigurare il futuro.

La sfida che già prefiguravamo venti anni fa e oggi appare in tutta la sua complessità, è costituita da un lato dalla certezza che dovremo affrontare numerose emergenze, e dall’altro dall’incertezza del non sapere come si presenteranno, data la grande complessità dei nostri tempi. Si tratta, quindi, di portare avanti una ricerca e creare strumenti flessibili, capaci di far fronte a questa complessità.

Ha parlato di prefigurare il futuro, un concetto molto rilevante oggi per la crisi nella salute mentale degli adolescenti che stiamo vivendo, può approfondire?

Certamente, la prefigurazione è un concetto che mi sta particolarmente a cuore, perché credo oggi più che mai debba essere posta al centro dell’educazione dei più giovani, che hanno avuto in consegna dalla storia di affrontare enormi sfide. La ricerca neuroscientifica ha dimostrato che quando prefiguriamo uno scenario futuro con l’intenzione di realizzarlo, questo processo attiva aree specifiche del cervello, diverse da quelle coinvolte nel semplice sognare ad occhi aperti. Quando attiviamo la nostra intenzionalità, si attivano aree coinvolte con la nostra rappresentazione di noi stessi e la nostra valutazione di capacità. Quando prefiguriamo utilizzando metodi e tecniche adatti, la nostra idea di noi stessi cambia e quando cambia la nostra idea di noi stessi, cambia il nostro rapporto con gli altri, col mondo, diventiamo persone diverse. Ecco perché abbiamo chiamato “Prefigurare il Futuro” il nostro programma dedicato a popolazioni in difficoltà, ma che oggi è anche attivo nelle scuole di tutta Italia, con il coinvolgimento di migliaia di ragazzi.

I dati della crisi mentale tra gli adolescenti sono dati inquietanti, parlano di una tremenda urgenza. Oggi il suicidio è la seconda causa di morte tra questi ragazzi. In uno scenario già delicato, la pandemia ha inferto un durissimo colpo al benessere mentale dei più giovani. L’isolamento, il peso di una concreta minaccia alla nostra vita sul pianeta, modelli sociali promossi tramite social network frustranti perché irrealizzabili, semplicemente perché irreali, tutto questo ha portato ad un drastico incremento dei tassi di ansia e depressione. I nostri programmi sono ideati per fornire a questi ragazzi strumenti per gestire le loro emozioni, per sfruttare la loro innata spinta biologica ad immaginare un futuro migliore. E ci impegniamo a promuovere questo tipo di educazione anche in contesti di estrema difficoltà, come le carceri minorili, consapevoli che possiamo parlare di reale progresso solo quando ci si prende cura anche dei più deboli.

Per concludere, quale messaggio vuole condividere in occasione di questa giornata mondiale dedicata al cervello?

Mi piace chiamare informalmente il cervello il “nostro socio”, credo che conoscere questo alleato estremamente potente che portiamo in noi stessi debba essere un obiettivo primario dei programmi educativi ad ogni livello. Le tecnologie grazie alle quali sono nate le moderne neuroscienze ci offrono saperi inediti, un’occasione unica per comprendere noi stessi e realizzare quel salto evolutivo di cui la nostra specie ha disperatamente bisogno oggi. Il segreto per compiere questo salto è proprio nel nostro cervello, nella sua parte più recente, i lobi prefrontali, dove risiedono le capacità di intenzione e attenzione. Come sosteneva Rita Levi-Montalcini, il nostro caro premio Nobel, abbiamo bisogno di un’educazione che ci insegni quali sono i reali potenziali del nostro cervello e questa educazione comincia con un’attenzione a noi stessi, un desiderio di osservarsi, accogliersi e individuare lo sviluppo possibile. La conoscenza delle funzioni del nostro cervello è uno straordinario mezzo per questo scopo. Utilizzando questa conoscenza come strumento di consapevolezza e costruendo sulla consapevolezza capacità resilienti, noi possiamo davvero prefigurare e realizzare un mondo di pace in questo terzo millennio. Sono certo ci sia la possibilità di superare le enormi difficoltà che abbiamo innanzi, se utilizziamo a pieno il nostro potenziale e che ognuno possa essere un agente di cambiamento e di sostenibilità indispensabile a realizzare l’onda di questa trasformazione.

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