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Progettazione didattica: allenare alla prefigurazione per costruire il futuro

Ogni esperienza educativa contiene, implicitamente, una domanda sul futuro

Quando insegniamo una conoscenza, sviluppiamo una competenza o accompagniamo un bambino nella scoperta di qualcosa di nuovo, non stiamo semplicemente trasmettendo strumenti utili ad affrontare il presente: stiamo contribuendo a costruire le possibilità attraverso le quali quella persona potrà immaginare ciò che ancora non esiste. Per molto tempo, tuttavia, la scuola ha interpretato il rapporto con il futuro prevalentemente in termini preparatori: imparare oggi per essere pronti domani. È una prospettiva importante, ma non più sufficiente. 

Pensare al futuro è una competenza

La ricerca contemporanea distingue diverse forme di pensiero rivolto al futuro. In ambito psicologico troviamo, per esempio, il concetto di “episodic future thinking”, cioè la capacità di simulare mentalmente eventi personali futuri, immaginandone caratteristiche, contesto ed esperienza soggettiva. Questo processo presenta importanti connessioni con la memoria episodica: per costruire una rappresentazione di ciò che ancora non è accaduto utilizziamo, almeno in parte, elementi provenienti dalle esperienze già vissute.

La prefigurazione educativa è però più ampia della semplice capacità di immaginare un episodio futuro. Comprende almeno quattro operazioni:

  1. immaginare possibilità future;
  2. esplorare scenari differenti;
  3. valutare conseguenze e alternative;
  4. agire nel presente sulla base di una rappresentazione del futuro.

Un bambino che immagina una città futura piena di robot sta esercitando una forma di immaginazione. Un bambino che si domanda: “Come cambierebbe la nostra città se utilizzassimo meno automobili?” sta già entrando nel territorio della prefigurazione. Se poi confronta più scenari, valuta vantaggi e svantaggi e propone alcune azioni concrete, il processo diventa ancora più complesso. Il futuro diventa così oggetto di pensiero, discussione e progettazione.

Il futuro non è uno solo

Uno degli aspetti più interessanti della moderna educazione al futuro consiste nel superamento dell’idea di un futuro unico e predeterminato. L’OECD, nel rapporto Trends Shaping Education 2025, considera esplicitamente il futures thinking uno strumento per affrontare l’incertezza e prendere decisioni migliori nel presente. Il rapporto propone di esplorare differenti categorie di futuro (possibili, plausibili, probabili e preferibili) sottolineando che gli scenari non costituiscono previsioni, ma strumenti per interrogare le conseguenze delle diverse possibilità.

Possiamo quindi distinguere:

  • futuri possibili: ciò che potrebbe accadere;
  • futuri plausibili: ciò che, sulla base delle conoscenze disponibili, potrebbe realisticamente verificarsi;
  • futuri probabili: ciò che appare maggiormente coerente con le tendenze osservabili;
  • futuri preferibili: ciò che desidereremmo costruire.

La scuola può aiutare gli studenti a comprendere che queste categorie non coincidono. Un futuro può essere possibile senza essere particolarmente probabile, può essere probabile senza essere desiderabile. Un futuro desiderabile, inoltre, non diventa automaticamente realizzabile. Questa distinzione costituisce un potente esercizio di pensiero critico.

Come i giovani italiani guardano al proprio futuro

Il tema assume un significato ancora maggiore alla luce dell’indagine Istat Bambini e ragazzi: comportamenti, atteggiamenti e progetti futuri. La rilevazione, condotta tra ottobre e dicembre 2023 e inserita nel Programma Statistico Nazionale, ha coinvolto circa 100.000 giovani tra gli 11 e i 19 anni, italiani e stranieri residenti in Italia. La pubblicazione definitiva dei risultati è stata resa disponibile da Istat nel 2026. I dati sulla prefigurazione del futuro sono particolarmente interessanti. Nel 2023 il 45% degli 11-19enni immagina il proprio futuro in Italia, mentre il 34,2% si immagina di vivere all’estero. La prospettiva cambia con l’età: oltre la metà dei più giovani si immagina in Italia da adulto, mentre la percentuale scende al 42% tra i 14 e i 19 anni.

Ancora più interessante è la dimensione emotiva. Il 41,3% dei giovani dichiara di sentirsi affascinato dal futuro, mentre il 32,3% ne ha paura e il 26,5% non sa o non pensa al futuro. Rispetto alla precedente rilevazione del 2021, Istat rileva una diminuzione di quasi cinque punti della quota di giovani affascinati dal futuro e un aumento di circa cinque punti e mezzo di quella di chi ne ha paura.

La differenza di genere è particolarmente marcata: la paura del futuro riguarda il 42,1% delle ragazze, contro il 23,1% dei ragazzi. Tra i ragazzi maschi, invece, il 46,3% dichiara di essere affascinato dal futuro, contro il 35,9% delle ragazze. Questi dati non devono essere interpretati semplicisticamente come una mancanza di progettualità. Al contrario, possono essere letti come il segnale di una generazione che percepisce con maggiore intensità la complessità del mondo nel quale dovrà costruire la propria vita. Ed è proprio qui che emerge una responsabilità educativa. Se il futuro genera incertezza, la scuola può diventare il luogo nel quale imparare a esplorarla.

Prefigurare il futuro: l’esperienza di Fondazione Patrizio Paoletti

In questo panorama italiano assume un rilievo particolare il lavoro sviluppato da Fondazione Patrizio Paoletti attraverso il progetto Prefigurare il Futuro: metodi e tecniche per potenziare speranza e progettualità.

Il progetto nasce nel 2017, in risposta alle necessità delle comunità colpite dal terremoto che interessò il Centro Italia, in particolare Umbria e Marche. L’obiettivo iniziale era promuovere risorse positive quali consapevolezza, resilienza, speranza e progettualità in persone e comunità sottoposte a condizioni di forte vulnerabilità. Dal 2019 il progetto viene progressivamente esteso ad altre emergenze ambientali, sociali ed educative sul territorio nazionale.

Nel 2026 possiamo quindi guardare a quasi un decennio di esperienza progettuale, durante il quale la prefigurazione è stata sperimentata in contesti differenti: dalle comunità colpite da calamità naturali alle scuole, dall’ambito educativo al sistema penale minorile.

Il Bilancio Sociale 2024 della Fondazione indica complessivamente 229.880 persone coinvolte nel percorso Prefigurare il Futuro, tra studenti, insegnanti, genitori, famiglie ucraine rifugiate in Italia e operatori del circuito penale minorile. Questi numeri non costituiscono, da soli, una prova dell’efficacia del metodo; rappresentano piuttosto la dimensione raggiunta dall’esperienza.

La questione scientificamente più interessante riguarda infatti gli studi condotti per comprendere quali cambiamenti siano associati agli interventi. La Fondazione ha sviluppato attività di ricerca in collaborazione con università e gruppi accademici, tra cui l’Università degli Studi di Padova, e ha pubblicato diversi lavori sul rapporto tra resilienza, risorse personali, educazione e prefigurazione.

Le Dieci Chiavi della Resilienza: allenare le risorse per poter prefigurare

All’interno di questo percorso trovano posto le Dieci Chiavi della Resilienza, elaborate da Patrizio Paoletti, Tania Di Giuseppe, Carmela Lillo, Stefania Anella e Alessandra Santinelli e pubblicate nel 2022. Il modello viene presentato dalla Fondazione come un percorso capace di integrare ricerca neuroscientifica e pratiche educative, lavorando sulle risorse che consentono alla persona di affrontare difficoltà, stress e cambiamenti. Prefigurare un futuro richiede infatti una certa disponibilità di risorse interiori: capacità di riconoscere ciò che accade, gestire le proprie risposte emotive, mantenere una direzione, costruire relazioni, individuare possibilità e trasformare un’immagine del futuro in intenzione e progetto.

In questo senso, la resilienza non coincide semplicemente con il “resistere”. Può essere considerata anche come una condizione che permette di recuperare capacità di scelta e progettualità dopo una difficoltà. 

Un bambino che pensa: “Non posso farci niente” ha un margine di azione percepito molto ristretto. Un bambino che impara a chiedersi: “Quali possibilità ho?” sta già compiendo un movimento diverso. E quando arriva a: “Quale possibilità voglio provare a costruire?” la resilienza incontra la progettualità.

È proprio in questo spazio che la prefigurazione può diventare allenamento ad agire. 

Dalla resilienza alla speranza: il futuro come possibilità di azione

Uno dei contributi più interessanti del lavoro di Fondazione Patrizio Paoletti consiste proprio nel collegamento tra resilienza, speranza e progettualità. La speranza, in questa prospettiva, non dovrebbe essere confusa con l’ottimismo generico: non significa pensare che tutto andrà bene, significa poter riconoscere un futuro desiderabile e individuare percorsi attraverso i quali provare ad avvicinarlo. Questa concezione dialoga con la letteratura psicologica contemporanea sulla speranza e con il concetto di agency: il soggetto non è soltanto spettatore di ciò che accadrà, ma può riconoscere margini di scelta e costruire percorsi orientati a un obiettivo.

La prefigurazione diventa quindi una sorta di ponte: situazione presente → rappresentazione futura → possibilità → scelta → azione.

Dalla paura del futuro alla possibilità di progettare

I dati Istat rendono questo passaggio ancora più urgente. Se circa un giovane su tre dichiara di avere paura del futuro, la risposta educativa non può essere semplicemente quella di rassicurarlo. Dire a un ragazzo “non preoccuparti, andrà tutto bene” non gli offre necessariamente strumenti per affrontare l’incertezza. Una pedagogia della prefigurazione può invece proporre un’altra strada:

“Vediamo insieme che cosa ti preoccupa. Quali scenari sono possibili? Quali sono probabili? Quali sono desiderabili? Quali risorse abbiamo? Che cosa possiamo fare?”

La paura viene così trasformata da emozione esclusivamente paralizzante in informazione da interpretare. Questo non significa negare la dimensione emotiva, al contrario, significa riconoscerla e integrarla nel processo progettuale.

La letteratura internazionale più recente conferma la rilevanza educativa del pensiero rivolto al futuro: uno studio pubblicato nel 2024 su Frontiers in Education ha analizzato le rappresentazioni del futuro di 352 studenti tra i 10 e i 13 anni, chiedendo loro di descrivere il futuro probabile e quello preferibile della propria città. I risultati mostrano come già nella preadolescenza gli studenti siano capaci di costruire rappresentazioni articolate del futuro, ma anche come le visioni pessimistiche richiedano specifici interventi educativi orientati alla costruzione di futuri sperabili e sostenibili.

La prefigurazione non è quindi un’attività riservata agli adolescenti più grandi o agli adulti, può essere introdotta già nella scuola primaria, naturalmente con linguaggi e livelli di complessità adeguati all’età.

La domanda “Come sarà il mondo?” può diventare: “Come potrebbe essere?” e poi: “Come vorremmo che fosse?” Infine: “Cosa possiamo fare perché sia un po’ più simile a questo?”

È in questo passaggio che l’immaginazione diventa progettazione.

Prefigurazione e agency: dal futuro immaginato all’azione

La prefigurazione acquisisce pieno valore educativo quando conduce all’agency, cioè alla percezione di poter esercitare un ruolo attivo nella propria esperienza e nel proprio ambiente.

Un futuro educativo efficace non dovrebbe quindi essere soltanto: “Che cosa accadrà a me?” ma anche: “Che cosa posso fare affinché accada qualcosa di diverso?” Questa trasformazione è fondamentale: il futuro smette di essere esclusivamente un evento esterno e diventa, almeno in parte, uno spazio nel quale il soggetto può intervenire.

La ricerca sviluppata da Fondazione Patrizio Paoletti ha approfondito proprio la relazione tra risorse personali, resilienza e capacità di affrontare le difficoltà, includendo esperienze con adolescenti e con adulti impegnati in contesti educativi complessi. Un lavoro del 2023 pubblicato su World Futures, per esempio, ha studiato un intervento di formazione alla resilienza rivolto a educatori del sistema penale minorile durante la pandemia. Un ulteriore studio del 2024, dedicato agli adolescenti italiani nel periodo post-pandemico, ha analizzato i predittori della resilienza, contribuendo a collocare queste risorse all’interno di una prospettiva empirica più ampia. 

Progettare una didattica orientata al futuro

Se assumiamo la prefigurazione come competenza educativa, anche la progettazione didattica può cambiare. Una UDA, per esempio, può essere progettata non soltanto partendo dalla domanda: “Che cosa devono sapere gli studenti?” ma anche da: “Quale futuro vogliamo che siano capaci di immaginare, valutare e costruire al termine del percorso?”. Questo sposta l’attenzione dagli esclusivi contenuti agli scenari cognitivi.

Una progettazione orientata alla prefigurazione può prevedere almeno sei passaggi.

  1. Osservare il presente: prima di immaginare il futuro occorre comprendere il punto di partenza.

Dati, fotografie, articoli, mappe, interviste, video, esperienze dirette e osservazioni possono costituire il materiale iniziale.

  1. Individuare le tendenze: che cosa sta cambiando?

Tecnologia, ambiente, demografia, lavoro, città, comunicazione, cultura e relazioni possono diventare oggetti di osservazione.

  1. Generare scenari: gli studenti elaborano differenti possibilità
  • uno scenario probabile;
  • uno scenario possibile;
  • uno scenario problematico;
  • uno scenario desiderabile.
  1. Confrontare gli scenari

Quali conseguenze producono? Chi ne trae vantaggio? Chi potrebbe essere svantaggiato? Quali problemi emergono? Quali risorse sono necessarie?

  1. Progettare

Gli studenti individuano azioni concrete per “avvicinare” il presente allo scenario desiderato.

  1. Verificare e riprogettare

Il progetto viene sottoposto a critica, simulazione, prototipazione o sperimentazione.

Quest’ultima fase è fondamentale perché insegna una competenza spesso trascurata: il futuro non viene semplicemente previsto, ma continuamente rinegoziato sulla base delle informazioni che emergono.

Una didattica della prefigurazione può diventare una didattica della resilienza

A questo punto è possibile mettere in relazione due concetti che spesso vengono trattati separatamente. Da una parte abbiamo la progettazione didattica: immaginare un obiettivo, individuare risorse, prevedere ostacoli, costruire strategie e verificare i risultati. Dall’altra abbiamo la resilienza: affrontare cambiamenti e difficoltà mantenendo la possibilità di adattarsi, apprendere e ripartire.

La prefigurazione si colloca esattamente nel punto di incontro. Un progetto non procede mai secondo una linea perfettamente prevedibile. Qualcosa può andare diversamente. Un prototipo può fallire. Una soluzione può non funzionare. Un’ipotesi può rivelarsi sbagliata. Una risorsa può venire meno.

La progettazione diventa allora un esercizio concreto di resilienza: immaginare, provare, verificare, correggere e riprovare. È una delle ragioni per cui la metodologia laboratoriale e il Learning by Doing possono essere particolarmente adatti a questo tipo di educazione.

Lo studente non deve soltanto parlare del futuro, deve fare esperienza del processo attraverso cui un’idea diventa progetto.

  • Report Focus Adolescenza-pdf

    IMPARARE A SOGNARE COL CUORE

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Alcune metodologie particolarmente efficaci

Una didattica della prefigurazione può dialogare naturalmente con numerose metodologie già presenti nella scuola contemporanea.

  • Scenario building: gli studenti costruiscono differenti scenari futuri partendo da alcune variabili. È particolarmente efficace per educare alla complessità perché obbliga a considerare più possibilità contemporaneamente.
  • Design thinking: il futuro desiderabile diventa un problema di progettazione. Gli studenti possono partire da un bisogno, immaginare una soluzione, costruire un prototipo, raccogliere feedback e modificarlo.
  • Debate: due o più scenari vengono messi a confronto attraverso argomentazioni basate su dati ed evidenze.
  • Project Based Learning: un problema reale viene trasformato in un progetto orientato alla produzione di una soluzione.
  • Role playing: gli studenti assumono il punto di vista di differenti soggetti, come cittadini, scienziati, amministratori, imprenditori, insegnanti, famiglie, generazioni future.
  • Storytelling: la narrazione permette di trasformare uno scenario astratto in un’esperienza concreta.
  • Prototipazione: il futuro viene “reso visibile” attraverso modelli fisici o digitali. Tecnologie come modellazione 3D, stampa 3D, robotica e intelligenza artificiale possono assumere una funzione pedagogica interessante: non semplicemente mostrare qualcosa che esiste già, ma dare forma a qualcosa che ancora non esiste.

Il futuro come spazio di speranza, non di ottimismo ingenuo

Uno degli aspetti più delicati riguarda la dimensione emotiva: la ricerca sulle rappresentazioni del futuro degli adolescenti mostra che le visioni pessimistiche possono essere particolarmente presenti quando i giovani percepiscono crisi ambientali e sociali come minacce concrete. Lo studio di Corres, Cebrián e Junyent evidenzia proprio la necessità di sviluppare approcci educativi capaci di sostenere visioni del futuro più sperabili e orientate alla sostenibilità.

La scuola non deve quindi costruire un futuro artificialmente ottimistico. Un’educazione alla prefigurazione non dovrebbe dire: “Il futuro sarà bellissimo.” Dovrebbe piuttosto insegnare: “Il futuro può assumere forme diverse. Proviamo a comprenderle.”

È una differenza sostanziale e l’obiettivo non è produrre ottimismo ingenuo, ma speranza informata. Una speranza capace di riconoscere i problemi senza esserne paralizzata; capace di considerare i rischi senza trasformarli necessariamente in fatalismo; capace di immaginare alternative e collegarle a comportamenti concreti.

In questo senso, il lavoro sulla resilienza e sulla progettualità sviluppato da Fondazione Patrizio Paoletti rappresenta un interessante contributo a una domanda educativa che oggi appare sempre più centrale: come aiutare le nuove generazioni a mantenere aperto il campo delle possibilità anche quando il presente sembra restringerlo?

La scuola come laboratorio del futuro

La progettazione didattica può quindi essere considerata essa stessa una forma di prefigurazione. Quando un insegnante progetta un’attività, infatti, compie implicitamente alcune delle stesse operazioni che vorremmo insegnare agli studenti:

  • immagina un risultato;
  • considera le condizioni necessarie;
  • prevede difficoltà;
  • costruisce alternative;
  • stabilisce una sequenza di azioni;
  • osserva ciò che accade;
  • modifica il progetto.

In questo senso, progettare e prefigurare sono profondamente connessi. La scuola potrebbe diventare un luogo nel quale gli studenti imparano non soltanto a rispondere a domande già formulate, ma anche a formulare domande riguardo a ciò che ancora non esiste. Ed è proprio qui che il concetto di future thinking incontra il pensiero progettuale. L’OECD propone scenari, alternative e strumenti di foresight proprio con questa finalità: non predire il futuro, ma utilizzare la riflessione sistematica sui futuri possibili per migliorare le decisioni del presente. 

Insegnare a vedere ciò che ancora non c’è

Educare alla prefigurazione significa compiere un passaggio culturale importante. Per molto tempo abbiamo considerato il futuro soprattutto come qualcosa a cui bambini e ragazzi dovessero adattarsi. Studiare, acquisire competenze, trovare un lavoro, affrontare una società in trasformazione: il compito educativo veniva spesso descritto come una preparazione a un mondo già esistente, anche quando quel mondo era ancora da venire. Ma il futuro non è semplicemente qualcosa che ci aspetta. È anche qualcosa che costruiamo attraverso le decisioni che prendiamo nel presente.

Non esiste quindi un unico “rapporto dei giovani con il futuro”. La scuola può avere un ruolo decisivo proprio perché rappresenta uno dei luoghi nei quali è possibile fermare il tempo abbastanza a lungo da poterlo interrogare. Possiamo prendere un problema del presente e domandarci come potrebbe evolvere. E possiamo costruire tre scenari invece di uno. Possiamo distinguere ciò che è probabile da ciò che è desiderabile. Possiamo chiedere agli studenti non soltanto: “Che cosa succederà?” ma: “Che cosa potrebbe succedere?” “Che cosa vorremmo che succedesse?” e soprattutto: “Che cosa possiamo fare affinché succeda?”

Queste domande allenano contemporaneamente immaginazione, pensiero critico, capacità progettuale, consapevolezza delle conseguenze e senso di responsabilità. Ma introducono anche una dimensione ulteriore: la resilienza. Perché prefigurare significa anche imparare che il percorso tra il presente e il futuro desiderato non è necessariamente lineare. Un progetto può fallire. Una previsione può rivelarsi sbagliata. Un ostacolo può modificare il percorso. Una soluzione può richiedere una nuova soluzione.

È proprio qui che la prefigurazione incontra il lavoro di Fondazione Patrizio Paoletti e delle Dieci Chiavi della Resilienza: non nella promessa che possiamo controllare ciò che accadrà, ma nella possibilità di sviluppare risorse che ci aiutino a mantenere aperta la capacità di scegliere, progettare e ripartire. Il progetto Prefigurare il Futuro, nato nel 2017 e sviluppatosi successivamente in diversi contesti educativi e sociali, offre in questo senso un’esperienza italiana particolarmente significativa da mettere in dialogo con la più ampia letteratura internazionale sul future thinking

La prefigurazione, allora, non è una forma sofisticata di previsione. È una forma di educazione alla possibilità. Non possiamo sapere quale sarà il mondo nel quale cresceranno i bambini di oggi. Non possiamo prevedere quali professioni esisteranno, quali tecnologie saranno disponibili, quali crisi dovranno affrontare o quali opportunità emergeranno. Possiamo però insegnare loro a osservare il presente, riconoscere le tendenze, immaginare alternative, interrogare le conseguenze, distinguere i desideri dalle probabilità, collaborare con gli altri e trasformare una possibilità in un progetto.

Possiamo insegnare loro che immaginare il futuro non significa fuggire dal presente. Al contrario, significa guardare il presente con maggiore attenzione perché ogni futuro possibile nasce, almeno in parte, dalle scelte che compiamo oggi. E forse questa è una delle responsabilità più importanti della scuola contemporanea; non promettere ai giovani quale sarà il loro futuro, non proteggerli dall’incertezza attraverso risposte semplicistiche, non convincerli che tutto andrà necessariamente bene, ma fornire loro gli strumenti cognitivi, emotivi, relazionali e progettuali per poter guardare anche un futuro incerto e dire: “Non so esattamente che cosa accadrà. Ma posso provare a immaginare le possibilità, posso prepararmi, posso collaborare con gli altri e posso contribuire a costruire quella che ritengo migliore.”

Non insegnare a prevedere il futuro, ma allenare alla capacità di costruirne uno possibile. Allenare alla prefigurazione significa insegnare a bambini e ragazzi non a prevedere il futuro, ma a immaginare diversi scenari, riconoscere le proprie risorse, valutare le conseguenze e trasformare una possibilità in un progetto.

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Bibliografia
  • Istat (2026). Relazioni, opinioni e comportamenti dei giovanissimi. Roma: Istituto Nazionale di Statistica. (Istat)
  • Istat (2026). Indagine su bambini e ragazzi: comportamenti, atteggiamenti e progetti futuri – Microdati. (Istat)
  • OECD (2025). Trends Shaping Education 2025. OECD Publishing, Paris. DOI: 10.1787/ee6587fd-en. (OECD)
  • Corres, A., Cebrián, G., & Junyent, M. (2024). Early adolescents’ visions of the future: towards hopeful and sustainable futures? Frontiers in Education, 9. DOI: 10.3389/feduc.2024.1501126. (Frontiers)
  • Paoletti, P., Di Giuseppe, T., Lillo, C., Anella, S., & Santinelli, A. (2022). Le Dieci Chiavi della Resilienza. (Fondazione Patrizio Paoletti)
  • Paoletti, P., Di Giuseppe, T., Dotan Ben-Soussan, T., et al. (2022). What can we learn from the Covid-19 pandemic? Resilience for the future and neuropsychopedagogical insights. Frontiers in Psychology. (Fondazione Patrizio Paoletti)
  • Paoletti, P., Di Giuseppe, T., Lillo, C., Serantoni, G., Perasso, G., Maculan, A., & Vianello, F. (2023). Training Spherical Resilience in Educators of the Juvenile Justice System during Pandemic. World Futures, 79(4), 507-524. DOI: 10.1080/02604027.2023.2169569. (Fondazione Patrizio Paoletti)
  • Perasso, G., Serantoni, G., Lillo, C., Paoletti, P., Maculan, A., Vianello, F., & Di Giuseppe, T. (2024). Resilience predictors in the post-pandemic era: A study on Italian adolescents. Ricerche di Psicologia. DOI: 10.3280/rip2023oa18275 (Fondazione Patrizio Paoletti).
  • Di Giuseppe, T., Perasso, G., Mazzeo, C., Maculan, A., Vianello, F., & Paoletti, P. (2022). Envisioning the future: A neuropsycho-pedagogical intervention on resilience predictors among inmates during the pandemic. Ricerche di Psicologia. DOI: 10.3280/rip2022oa14724 (Fondazione Patrizio Paoletti).
  • Fondazione Patrizio Paoletti (2017-2026). Prefigurare il Futuro: metodi e tecniche per potenziare speranza e progettualità (Fondazione Patrizio Paoletti).

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