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La mela bacata cortometraggio

Bullismo e adolescenza: “La mela bacata”, il corto di Anna Rita Del Piano che invita ad ascoltare i ragazzi

Il bullismo è un fenomeno sempre più diffuso tra gli adolescenti. Ne parliamo con la regista e attrice Anna Rita Del Piano

Il bullismo non è solo un problema tra ragazzi: è un fenomeno sociale che coinvolge scuola, famiglie e istituzioni. Nel 2024, oltre un milione di studenti italiani tra i 15 e i 19 anni (47%) ha subito episodi di cyberbullismo. Il fenomeno è in crescita e colpisce in modo trasversale ragazzi e ragazze. Oltre 800.000 studenti (32%) hanno ammesso di aver compiuto atti di bullismo. Particolarmente preoccupante è la condizione di cyberbulli-vittime: quasi 600.000 studenti (23%) si trovano in questa doppia posizione, con gravi conseguenze sul piano emotivo e relazionale.

L’importanza della divulgazione

Secondo molti educatori e psicologi, per contrastarlo è necessario sviluppare nei giovani competenze emotive, empatia e capacità di relazione. Fondazione Patrizio Paoletti investe sulla divulgazione scientifica per promuovere autoeducazione, prevenzione e salute globale. Per questo sviluppa ogni giorno il suo portale di divulgazione neuro-psicopedagogica e di autoeducazione, rispondendo al bisogno sempre più radicato di una corretta informazione scientifica, al fine di orientare consapevolmente le proprie scelte di vita verso il benessere, la felicità, la piena realizzazione e la salute globale durante tutto l’arco della vita.

La mela bacata

Il cortometraggio “La mela bacata, un progetto nato anche grazie alla collaborazione con studenti di un istituto scolastico e pensato per sensibilizzare famiglie, docenti e comunità educante, affronta questo tema con uno sguardo diretto e realistico. La storia racconta la fragilità dell’adolescenza, il peso del giudizio sociale e il silenzio che spesso accompagna le vittime. Abbiamo intervistato la regista Anna Rita Del Piano, autrice del cortometraggio, per approfondire la genesi del progetto, il coinvolgimento dei ragazzi nella realizzazione del film e il significato del titolo.

Come nasce la scelta di raccontare il tema del bullismo?

Insegno a scuola e mi capita spesso di osservare episodi di bullismo tra i ragazzi. È una realtà molto più diffusa di quanto si pensi. Quando ho scritto il cortometraggio qualcuno mi ha suggerito di dare alla storia un finale positivo. Tuttavia ho preferito raccontare la realtà senza edulcorarla: purtroppo non sempre queste vicende si concludono bene. La mia sensibilità verso questi temi nasce anche da esperienze personali. Durante un progetto Erasmus ho conosciuto il caso di una ragazza di quindici anni, una studentessa di danza classica, che si è tolta la vita. È stato un episodio che mi ha profondamente colpita e che mi ha fatto riflettere sulla fragilità degli adolescenti.

In generale mi interessa affrontare temi sociali anche attraverso il cinema: in un mio precedente cortometraggio avevo già parlato di inclusione e razzismo.

Nel film compare anche una famiglia omogenitoriale. Perché hai scelto di inserirla?

Il cortometraggio ha una durata limitata e non permette di approfondire tutto nei dettagli. Ho scelto di mostrare questa famiglia semplicemente come una realtà esistente, senza dover spiegare come si sia formata. Nel mio lavoro di attrice ho conosciuto diverse coppie omosessuali con figli. È una realtà che esiste ma che in alcuni contesti sociali, soprattutto nei piccoli centri del Sud Italia, può essere ancora oggetto di pregiudizio. Ho ambientato la storia proprio in un piccolo paese del Sud per evidenziare questo aspetto e invitare a una maggiore apertura. Nel 2026 dovremmo essere più disponibili, più liberi e più “tolleranti” verso modelli familiari diversi da quello tradizionale. Nel film le due madri sono persone realizzate e attente alla figlia. Questo è un punto importante: spesso si pensa che bullismo e disagio nascano solo in contesti familiari difficili, ma non è sempre così.

Il film mostra anche quanto sia difficile per gli adolescenti parlare delle proprie difficoltà. Perché accade?

L’adolescenza è un periodo molto delicato. Anche quando i genitori sono presenti e attenti, i ragazzi possono chiudersi nel silenzio. Nel film le madri cercano di capire cosa stia succedendo alla figlia, ma lei non riesce a raccontare quello che vive. Questo accade spesso nella realtà: per vergogna o per paura molti adolescenti non chiedono aiuto. Per questo è fondamentale che i genitori sviluppino una grande capacità di ascolto e attenzione emotiva. Essere una “buona famiglia” non basta: bisogna saper intercettare i segnali di disagio.

Nel progetto sono stati coinvolti anche studenti di un istituto scolastico. Come è nata questa collaborazione?

Ho conosciuto l’insegnante responsabile di una scuola che si occupa di audiovisivo e mi ha proposto di coinvolgere gli studenti. La preside ha accolto il progetto con entusiasmo e mi ha dato pieno supporto. Sono andata nella scuola circa due mesi prima delle riprese per fare il casting e parlare con i ragazzi. Durante gli incontri ho posto alcune domande sul bullismo e le risposte mi hanno colpita molto: circa l’80% degli studenti intervistati aveva vissuto episodi di bullismo. Alcuni avevano addirittura cambiato scuola. Questo dato mi ha confermato quanto il problema sia diffuso.

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Com’è stata l’esperienza delle riprese con ragazzi così giovani?

È stata un’esperienza molto positiva. Parliamo di ragazzi di 15 o 16 anni, non attori professionisti, ma hanno dimostrato grande sensibilità e partecipazione. Hanno accolto i suggerimenti con entusiasmo e hanno collaborato con grande serietà. Sono molto soddisfatta del risultato finale, anche perché ho prodotto personalmente il progetto proprio per dare un segnale alla comunità.

Qual è il significato del titolo “La mela bacata”?

La mela bacata è una metafora della società. Come una mela può essere rovinata da un verme che si insinua al suo interno, così una comunità può essere contaminata da comportamenti violenti o discriminatori. Il bullismo funziona proprio in questo modo: un elemento negativo può diffondersi e compromettere il benessere psicologico dei ragazzi. Chi subisce bullismo spesso finisce per sentirsi sbagliato o inadeguato. Il mio desiderio è che questo film aiuti a rompere quel silenzio.

Anna Rita Del PianoQual è stato il percorso del cortometraggio?

Il cortometraggio ha iniziato il suo percorso nei festival e ha già ottenuto diversi riconoscimenti. In questo momento sta ancora partecipando al circuito festivaliero. Quando questo percorso sarà concluso mi piacerebbe organizzare una proiezione pubblica a Bari, dove il film è stato girato, per valorizzare anche il lavoro dei ragazzi che hanno partecipato.

Quale futuro immagini per questo progetto?

Il mio desiderio è che “La mela bacata” possa essere proiettato nelle scuole. Il bullismo purtroppo è molto diffuso e spesso si tende a minimizzarlo. Anche bambini molto piccoli possono ferire profondamente con parole e comportamenti. Sensibilizzare significa coinvolgere non solo gli studenti ma anche insegnanti, genitori e istituzioni. È una responsabilità condivisa.

Conclusione

Il cortometraggio “La mela bacata” affronta il bullismo con uno sguardo diretto, invitando adulti e ragazzi a riflettere sull’importanza dell’ascolto, dell’empatia e della responsabilità collettiva. Progetti culturali come questo possono contribuire a promuovere una maggiore consapevolezza e a costruire ambienti educativi più inclusivi, in cui ogni ragazzo possa sentirsi accolto e valorizzato.

Fondazione Patrizio Paoletti da 25 anni è impegnata in prima linea per sostenere la salute mentale degli adolescenti, attraverso progetti psicoeducativi nelle scuole, come “Prefigurare il Futuro”, e interventi mirati nei territori dove il tessuto sociale è più fragile e il rischio di disagio maggiore, come “Oltre le Periferie” nelle città di Roma e Napoli.



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