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Il supporto sociale per fronteggiare le attuali sfide sociali: l’importanza dell’amicizia nel post pandemia. Intervista ad Alessandro Maculan, Ricercatore in Scienze Sociali presso l’Università di Padova

Alla luce delle ricerche socio-psico-pedagogiche svolte nell’ambito del Progetto “Prefigurare il Futuro” dal Team del RINED della Fondazione Patrizio Paoletti in collaborazione con l’Università di Padova su tutto il territorio italiano, come hanno vissuto – giovani e adulti – i rapporti sociali e le relazioni negli ultimi anni, dopo il periodo pandemico attraversato?

Da oltre una decina di anni mi occupo di Ricerca nell’ambito della Sociologia del Diritto e della Devianza e di Sociologia del Carcere. Negli ultimi anni, con le collaborazioni attivate tra l’Università di Padova e la Fondazione Paoletti ho svolto delle interviste con studentesse e studenti delle medie inferiori e delle superiori. Il tipo di ricerca che faccio è una ricerca di tipo qualitativo e questo mi porta a incontrare personalmente i partecipanti alla ricerca. Nell’ambito del contesto penitenziario ho incontrato sia persone recluse sia operatori che lavorano con loro, sia adulti che minori. Altre esperienze di Ricerca le ho fatte con migranti.

Ho ascoltato, in questi ultimi anni, moltissime testimonianze dei partecipanti al Programma di Formazione “Prefigurare il Futuro. L’elemento principalmente impattante, nell’ultimo periodo, riportato trasversalmente da tutti i partecipanti, è stato certamente la pandemia e i cambiamenti sociali che l’hanno accompagnata. In particolare nell’ultimo Progetto di Ricerca “Prefigurare il Futuro – Diventare i migliori amici di sé stessi”, gli studenti hanno raccontato della necessità di ricominciare a progettare, riprendendo in mano la loro vita, partendo da quello che hanno imparato su stessi e sulle relazioni nell’affrontare le difficoltà del periodo pandemico.

Quando esploravo i temi delle relazioni d’amicizia con gli studenti, soprattutto nelle due ultime edizioni di “Prefigurare il Futuroè emersa una preoccupazione, rispetto a diverse forme di relazioni, soprattutto quelle con i propri coetanei e rispetto al mantenimento di queste. Ho sentito che mi veniva riconsegnato un senso di precarietà e di tensione, accompagnato da preoccupazione. L’età che hanno, i cambiamenti che stanno affrontando in questa fase adolescenziale (cambi classi, compagni, istituto, etc.) portano in sé emozioni collegate a queste trasformazioni. Mi sono sembrati, ragazzi e ragazze, alla ricerca di relazioni di cui possono fidarsi.

C’è la consapevolezza, in loro, che questa fiducia non è semplice da dare e non è semplice da mantenere perché hanno riportato la sensazione che le delusioni siano sempre un po’ dietro l’angolo. Questo ci racconta qualcosa del senso di precarietà che stanno vivendo.

L’intervento formativo di “Prefigurare il Futuro – Diventare i migliori amici di se stessi”, attivo su tutto il territorio italiano, coinvolge migliaia di adolescenti. Quanto è importante per i giovani il tema dell’amicizia oggi? E in che modo l’invito a diventare i migliori amici di se stessi li sta aiutano ad essere più resilienti e pronti ad affrontare le sfide in corso? Cosa dicono i ragazzi e le ragazze dell’importanza di diventare i migliori amici di sé stessi? Cosa significa questo per loro?

Tantissimi intervistati hanno riportato l’importanza della dimensione dell’amicizia. Senza ombra di dubbio credo che il percorso “Prefigurare il Futuro”, con il focus particolare sulla resilienza e sull’essere migliori amici di sé stessi, ha permesso loro di riflettere attorno alla dimensione dell’amicizia, aiutando loro a guardarsi all’interno e farsi delle domande importanti rispetto al valore che danno a sé stessi, come si pongono rispetto a sé stessi, diventando quindi uno stimolo importante per guardare alla relazione con sé stessi e rafforzarla.

In diverse interviste, questo stimolo a riflettere sulla possibilità di “essere migliori amici di sé stessi” ha portato i giovani partecipanti ad essere più capaci di riconoscere le aspettative che hanno rispetto a sé e che arrivano loro dal mondo esterno. Dalle analisi di queste interviste è emerso quanto sia abbastanza diffuso, in maniera trasversale tra generi ed età, il fatto che ci siano delle aspettative molto forti nei loro confronti, come se si percepissero spinti a essere molto performanti, nell’ambito scolastico, nell’ambito sportivo.

Molti di loro mi hanno riconsegnato questo peso che si portano, questa difficoltà. Credo che il fatto di ‘essere migliori amici di sé stessi’ abbia contribuito a stimolare in loro questa idea di non essere troppo duri nei loro confronti, non pretendere troppo, rispetto a tutte queste aspettative che si sentono addosso e ad accettare anche quello che serenamente e sinceramente riescono a fare in un determinato momento. Quasi a mitigare queste pressioni che arrivano a loro addosso.

Il Percorso Formativo “Prefigurare il Futuro” li ha aiutati a focalizzarsi sul ruolo importante che le reti sociali hanno per stare assieme e per star bene e quindi sulla necessità di tener vive le reti sociali ed espandere. Ho sentito che i giovani sono consapevoli del diverso valore che possono avere i legami che in questo momento della vita costruiscono. Quello che è emerso è che la dimensione della fiducia permette di creare relazioni d’amicizia più profonde e permette anche di sentirsi inseriti all’interno di una rete sociale più forte che permette di sentirsi al sicuro e di stare bene.

I partecipanti che ho intervistato hanno riportato che il contesto scolastico offre moltissime possibilità di relazioni e legami, non solo tra pari. Quando hanno riportato di come hanno vissuto le relazioni con gli adulti, in particolare con insegnanti e genitori, nel campione di persone che ho incontrato, ho riscontrato un buon livello di fiducia. La fiducia è quella cosa che sta alla base di legami importanti – duraturi, non saprei soprattutto perché vivendo l’adolescenza sono aperti a qualsiasi possibilità futura – ma di valore, che permettono loro di affrontare questa fase complessa e delicata che stanno vivendo.

La rete e la tecnologia sono vissute come supporto o limite nella costruzione e nel mantenimento delle amicizie oggi? Cosa dicono i vissuti delle tante studentesse e studenti che hai intervistato nell’ambito del Progetto di Ricerca “Prefigurare il Futuro”?

La rete e la tecnologia fanno parte della loro normalità, ne sono pienamente immersi. La tecnologia ha rappresentato l’architettura principale di questi ultimi anni, se pensiamo anche al fatto che ne l’hanno utilizzata anche nelle ore scolastiche in DAD. Tra le persone che ho incontrato c’era una diffusa consapevolezza di una grande differenza che esiste tra le relazioni che vengono fatte in presenza e quelle, invece, mediate da questi mezzi. Quindi, mi sento di dire che c’è una consapevolezza rispetto alle trappole che possono manifestare le relazioni, le amicizie costruite principalmente attorno alla tecnologia.

Ma c’è anche una grande consapevolezza delle potenzialità che questa ha. Perché, effettivamente, soprattutto nel periodo del lockdown ha permesso loro di non interrompere gli studi e di mantenere le relazioni sociali. Anche oggi, la tecnologia permette loro di rimanere in contatto diretto e costante, con persone che sentono vicine, a prescindere dal fatto che si viva a pochi chilometri di distanza o in certi momenti ci si allontani per trasferimenti o per altri motivi. Tra le persone che ho incontrato, ho sentito questa ambivalenza, tra limiti e possibilità legate alle amicizie e alla tecnologia e una buona consapevolezza di questa ambivalenza.

Rispetto al tuo lavoro come ricercatore, quali sono le tue riflessioni personali sul tema del supporto sociale e dell’amicizia? C’è un incontro che ti ha particolarmente colpito? Puoi condividere una breve riflessione di chiusura?

Questa domanda mi fa muovere all’interno di tantissime interviste fatte. Un incontro particolare che ricordo è stata un intervista con un ragazzo recluso che aveva la mia età. All’inizio dell’intervista, in maniera molto tranquilla, mi fece capire che partecipava a quell’intervista ma avrebbe preferito fare altre cose, era un detenuto impegnato in attività lavorative e di studio ed era impegnato in quei giorni nella preparazione di un esame. “Siamo forzati a fare delle cose anche quando non vogliamo, dobbiamo accondiscendere perché siamo valutati anche su questo”. Io gli ho detto: “Ti capisco”. E da lì, l’intervista è poi iniziata ed è stata una delle interviste più lunghe di tutte quelle che ho svolto. In quei primissimi minuti insieme, lui si è concesso una libertà nel dirmi quello che sentiva, con sincerità. La stessa sincerità che ha accompagnato le ore successive.

Questo è solo un esempio che racconta che nello spazio e nel tempo di un intervista, si può generare un tempo e uno spazio che si sottrae alle dinamiche di quel contesto, per generarne sempre al suo interno altre: quel ragazzo non si era mai sentito libero di poter tirar fuori quei contenuti in carcere, e ha trovato un modo di esprimere una parte di se stesso, nello spazio che – non io ma noi due insieme – abbiamo costruito. Ricordo anche ora, con precisione, il suo racconto, e nonostante la sua drammaticità, è molto bello e prezioso per me, che ho raccolto non solo la sua storia ma un insegnamento prezioso sul potere della relazione e della connessione umana.

Questo episodio dice molto di me, mi ha arricchito non solo come studioso di quell’ambiente, ma mi ha aiutato a conoscermi meglio, grazie a quello che quella storia che mi ha attraversato, mi ha lasciato.

Viviamo in una società nella quale è diventato importante ripensare alle forme attraverso le quali ci si prende cura, non solo di noi stessi ma anche degli altri, da tanti punti di vista. Il fatto di essere immersi in reti sociali di valore credo sia un modo di far fronte a tutte le diverse sfide che siamo chiamati, e che saremo chiamati ad affrontare, in tutti i diversi contesti che viviamo.

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