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Quando una donazione diventa presenza concreta

Quando una donazione diventa presenza concreta

Fra Tor Bella Monaca, Scampia e “Prefigurare il Futuro”

In una toccante intervista, Dagmar Janke, Global Director NIVEA Communications, ci racconta l’incontro coi progetti psicoeducativi di Fondazione Patrizio Paoletti, direttamente sostenuti da NIVEA Connect, grazie al progetto Insieme oltre l’isolamento – un modello integrato per il benessere mentale dei giovani”. Sottolineandone l’impatto concreto sulle scuole nazionali e sulle periferie di Roma e Napoli. Dalla sua testimonianza, non emerge solo la grande fragilità dei territori, ma anche tutta la forza delle connessioni umane e di qualità, che mettono in circolo speranza, resilienza, competenze emotive e possibilità concrete di un futuro migliore.

Da cosa nasce il desiderio di incontrare i progetti sostenuti da NIVEA Connect, direttamente sui territori?

Durante una docenza presso un’università privata, una studentessa mi aveva fatto una domanda molto diretta: “Ma con NIVEA Connect cosa avete fatto di concreto? Avete solo donato?”. È una domanda che mi è rimasta dentro. E che mi ha spinta a voler comprendere ancora più da vicino quale fosse l’impatto reale delle donazioni e l’effetto concreto della partnership con Fondazione Patrizio Paoletti sul territorio e sulle persone. In fondo, questa domanda si collega profondamente anche al purpose di Beiersdorf: Care Beyond Skin. Un purpose che invita ad andare oltre la superficie. Oltre il prodotto, oltre il gesto simbolico. Per creare connessioni autentiche, cura concreta e impatto reale sulle persone e sulle comunità.

Ed è proprio questo che ho percepito durante queste giornate: le connessioni significative. Connessioni umane. Relazioni che nascono dall’ascolto, dalla presenza e dalla volontà di creare spazi in cui le persone possano sentirsi viste, accolte e supportate. Per questo motivo, negli ultimi giorni ho avuto l’opportunità di visitare alcuni dei progetti supportati dalla Fondazione. E di incontrare direttamente educatori, psicologi, famiglie e ragazzi coinvolti nei percorsi. Una delle tappe è stata il BellaLAB – Centro Educativo per l’Infanzia, l’Adolescenza e la Famiglia nel quartiere romano di Tor Bella Monaca.

Che cos’ha l’ha colpita di più del quartiere di Tor Bella Monaca?

Tor Bella Monaca è uno dei quartieri più complessi della periferia romana. Nato negli anni ’80 come grande progetto di edilizia popolare, è diventato nel tempo simbolo delle difficoltà sociali che attraversano molte periferie urbane: povertà educativa, dispersione scolastica, disagio economico, violenza, marginalità sociale e presenza diffusa di criminalità e spaccio di droga.
Il quartiere è caratterizzato anche dai cosiddetti “serpentoni”, lunghi edifici popolari che attraversano intere aree della zona. E che oggi rappresentano quasi un simbolo visivo di Tor Bella Monaca. Costruiti inizialmente per creare spazi abitativi e comunitari, negli anni hanno sofferto la mancanza di investimenti, servizi e presidi sociali adeguati. Eppure, proprio all’interno di questi contesti così fragili, esistono realtà straordinarie che ogni giorno costruiscono ascolto, opportunità e relazione.
Durante la visita ho conosciuto la psicologa del centro, che mi ha raccontato il funzionamento dello Spazio d’Ascolto psicologico e il percorso di sostegno rivolto a bambini, adolescenti e famiglie. È stato molto toccante ascoltare le storie che emergono quotidianamente: famiglie in difficoltà economica, ragazzi vittime di bullismo, situazioni di violenza domestica, adolescenti che vivono un forte isolamento sociale.
Una riflessione che mi ha colpita profondamente è stata scoprire che molti ragazzi del quartiere non hanno mai visitato il centro di Roma. Un dato che racconta bene quanto alcune distanze siano non solo geografiche, ma anche culturali, sociali ed emotive.

Perché pensa sia importante il BellaLAB per questi territori?

Il BellaLAB offre supporto psicologico, aiuto compiti e sostegno scolastico, attività teatrali ed educative, percorsi multidisciplinari, sostegno alle famiglie, spazi sicuri di ascolto e crescita per bambini e adolescenti. Uno degli aspetti più positivi emersi durante la visita è stato sapere che, grazie all’aumento delle risorse e al sostegno ricevuto, a febbraio è stata completamente azzerata la lista d’attesa per il supporto psicologico.

Ha avuto modo di incontrare anche i progetti su Napoli?

Sì, sabato 23 maggio 2026 ho avuto la possibilità di visitare insieme a Fondazione Patrizio Paoletti anche uno Spazio d’Ascolto a Scampia. All’interno del progetto “Napoli Oltre le Periferie”, dedicato alla salute psicologica e al supporto delle fragilità sociali del territorio.
Anche Scampia, come Tor Bella Monaca, rappresenta uno dei quartieri simbolo delle periferie italiane più complesse. Per anni raccontata quasi esclusivamente attraverso cronaca, criminalità organizzata e disagio sociale, Scampia porta con sé problematiche profonde legate alla povertà educativa, alla dispersione scolastica, alla mancanza di opportunità e all’isolamento sociale di molte famiglie. Le celebri “Vele”, diventate negli anni simbolo del quartiere, raccontano anche una lunga storia di marginalizzazione urbana e assenza di servizi adeguati.
Ma dietro questa narrazione esiste anche un’altra Scampia: fatta di associazioni, educatori, famiglie, artisti e progetti sociali che ogni giorno lavorano per creare alternative concrete, comunità e possibilità di futuro per bambini e adolescenti.
Questo Spazio d’Ascolto è stato creato proprio grazie alla donazione di NIVEA Connect nell’ottobre dello scorso anno. Il contributo della nostra community ha reso concretamente possibile l’apertura del servizio e la presenza di due psicologi dedicati al supporto di bambini, adolescenti e famiglie del territorio.

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Che effetto le fa vedere i risultati concreti delle donazioni di NIVEA Connect?

Sapere che una donazione abbia permesso non solo di sostenere un progetto esistente, ma addirittura di creare uno spazio reale di ascolto e supporto psicologico in un territorio così complesso è stato per me estremamente significativo. Un aspetto che mi ha colpita molto è stato scoprire che, dopo appena otto mesi dall’apertura, il servizio ha già una lista d’attesa. Un dato che racconta chiaramente quanto questo spazio fosse necessario e quanto il bisogno di ascolto psicologico e supporto emotivo sia forte all’interno della comunità. Anche qui il tema dell’ascolto emerge come qualcosa di fondamentale. Non solo supporto psicologico, ma presenza concreta, orientamento, relazione e possibilità di sentirsi visti e accolti.

Ci sono stati altri momenti particolarmente toccanti durante la sua visita ai progetti psicoeducativi?

Ho assistito allo spettacolo del Circo Corsaro, un progetto di circo sociale di Scampia che ha portato in scena bambini, ragazzi e adulti del quartiere. Durante lo spettacolo ci è stato raccontato un aspetto molto bello e significativo del percorso educativo che c’è dietro questo progetto: la trama dello spettacolo è nata direttamente dai partecipanti stessi — bambini, ragazzi e adulti — in maniera spontanea, autentica e improvvisata. Attraverso il confronto, le emozioni, le idee e le esperienze condivise all’interno del gruppo, sono stati proprio loro a costruire il filo narrativo dello spettacolo.
Da questo lavoro collettivo è nato uno spettacolo che affrontava temi profondi e molto attuali. L’incontro ma anche lo scontro tra persone, il conflitto, la pace, il valore del gruppo, il sostegno reciproco e la capacità di esserci gli uni per gli altri nei momenti di difficoltà e bisogno. È stato molto emozionante vedere come arte, educazione e relazione possano diventare strumenti concreti per costruire autostima, inclusione e nuove prospettive di vita. Non solo una performance artistica, ma un vero spazio di crescita personale e collettiva.

Ha avuto modo anche di conoscere il nostro progetto Prefigurare il Futuro?

Sì, durante queste giornate ho avuto anche l’opportunità di conoscere sei ragazzi di Torino che hanno partecipato al percorso “Prefigurare il Futuro” di Fondazione Patrizio Paoletti. Ascoltare direttamente le loro testimonianze è stato forse uno dei momenti più forti e autentici di tutta l’esperienza. Attraverso le loro parole ho compreso davvero che cosa significhi “prefigurare il futuro”: aiutare i ragazzi non soltanto a evitare l’isolamento sociale, ma anche a sviluppare autoconsapevolezza, autoorientamento e capacità di immaginare il proprio domani.
Il progetto “Prefigurare il Futuro”, nato inizialmente nel 2017 per sostenere le comunità colpite dal terremoto nel Centro Italia, si è poi evoluto in un percorso neuro-psico-pedagogico rivolto a scuole, famiglie, insegnanti e adolescenti su tutto il territorio nazionale. L’obiettivo è aiutare le persone a sviluppare resilienza, speranza e progettualità, offrendo strumenti concreti per affrontare i cambiamenti sociali ed emotivi del presente.
Anche in questo caso, grazie alla donazione di NIVEA Connect è stato possibile ampliare concretamente il progetto. Dalle iniziali 8 scuole coinvolte si passerà da ottobre a 25 scuole in tutta Italia, aumentando in modo significativo il numero di ragazzi che potranno accedere a questi percorsi educativi ed emotivi.

C’è qualche frase che l’ha colpita particolarmente, in questi giorni insieme?

Alcune frasi condivise dai ragazzi mi sono rimaste particolarmente impresse: “Ho imparato a essere me stesso.” “Sento di aver dato un’anima al tempo.” Parole semplici, ma potentissime. In un momento storico in cui tanti adolescenti vivono solitudine, fragilità emotiva e difficoltà nel costruire una visione positiva del futuro, sentire queste testimonianze dal vivo mi ha fatto comprendere quanto sia importante investire non solo nell’emergenza, ma anche nella prevenzione, nell’ascolto e nell’educazione emotiva.
Queste esperienze mi hanno ricordato che “Care Beyond Skin” non è soltanto un purpose scritto su una slide o una frase istituzionale. Significa creare connessioni significative. Significa esserci. Significa contribuire concretamente a costruire luoghi in cui le persone possano sentirsi ascoltate, valorizzate e accompagnate.
Perché a volte una donazione non è semplicemente una donazione. A volte significa uno spazio sicuro. Un ascolto. Una possibilità. Una relazione. O la capacità, per un ragazzo, di iniziare finalmente a immaginare il proprio futuro.


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