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Salute mentale

Virtuale

Virtuale: ciò che accade su uno schermo è meno reale?

Un colloquio in videoconferenza può cambiare una carriera, un’amicizia nata in una comunità online può durare anni, un insulto pubblicato sui social può lasciare conseguenze profonde. Eppure la parola ‘virtuale’ viene ancora usata come sinonimo di finto, irreale o privo di consistenza. È una semplificazione che racconta male il modo in cui oggi viviamo. Il termine deriva dal latino ‘virtus’ e richiama una forza, una capacità in potenza: qualcosa che può produrre effetti pur senza presentarsi nella sua forma materiale abituale. Una simulazione medica, un avatar, una lezione online e una fotografia conservata nel telefono appartengono a esperienze molto diverse, ma condividono una caratteristica: rendono presente qualcosa attraverso una rappresentazione tecnologica.

Anche la distinzione tra reale e virtuale appare meno netta di quanto sembri. Quando riceviamo un messaggio affettuoso, il cervello non registra soltanto caratteri luminosi: interpreta intenzioni, richiama ricordi, modifica l’umore. Durante un videogioco possiamo sapere di essere al sicuro e, nello stesso tempo, sentire il cuore accelerare. La rappresentazione entra nel sistema percettivo e diventa esperienza.

Il virtuale attraversa ormai lavoro, scuola, salute, intrattenimento, informazione, relazioni e partecipazione sociale. Per comprenderlo serve evitare due scorciatoie opposte: celebrarlo come soluzione universale oppure trattarlo come una minaccia inevitabile. La domanda più utile riguarda gli effetti. Che cosa ci permette di fare? Come modifica attenzione, identità e comportamento? E soprattutto: quali conseguenze lascia quando lo schermo si spegne?

Perché il cervello può sentirsi dentro uno spazio virtuale?

Indossando un visore una persona può ritrovarsi sulla cima di un grattacielo. Il pavimento della stanza è ancora sotto i suoi piedi, ma il corpo arretra. Le gambe esitano, il respiro cambia. Questa reazione mostra una proprietà fondamentale del cervello: la percezione non è una semplice fotografia dell’ambiente, bensì una costruzione continuamente aggiornata attraverso segnali visivi, uditivi, tattili, vestibolari e corporei. Nella realtà virtuale entrano in gioco diversi processi:

  • Il senso di presenza. È l’impressione di trovarsi realmente nell’ambiente digitale. Dipende dalla coerenza tra movimenti e immagini, dalla possibilità di agire e dal coinvolgimento dell’attenzione. Una grafica spettacolare aiuta, ma da sola non basta: se il sistema risponde male ai gesti, l’illusione si rompe.
  • L’integrazione multisensoriale. Il cervello combina informazioni provenienti da sensi diversi per costruire una rappresentazione stabile del corpo e dello spazio. Se muoviamo una mano e vediamo una mano virtuale compiere lo stesso gesto, possiamo iniziare a percepirla come nostra.
  • L’incarnazione nell’avatar. In alcune esperienze immersive una persona può sentire di possedere temporaneamente un corpo digitale. Questa sensazione può modificare la percezione delle dimensioni corporee, delle possibilità di azione e perfino alcune risposte sociali.

La realtà virtuale funziona perché utilizza meccanismi già presenti nella percezione ordinaria. Non cancella la consapevolezza della simulazione, ma la affianca a una risposta corporea immediata: sappiamo che la scena non sta accadendo davvero, mentre una parte di noi reagisce come se accadesse. Proprio questa doppia esperienza rende il virtuale interessante per la ricerca neuroscientifica, la formazione, la riabilitazione e la psicoterapia.

Avatar e profili digitali: online diventiamo qualcun altro?

Ogni ambiente digitale ci chiede di scegliere come apparire. Possiamo usare il nostro nome, inventarne uno, selezionare una fotografia accuratamente controllata oppure costruire un avatar lontanissimo dal nostro aspetto. Anche il profilo più spontaneo contiene una piccola regia: decidiamo che cosa mostrare, che cosa lasciare fuori e quale tono adottare. L’identità digitale non coincide necessariamente con una maschera falsa. È spesso un’estensione selettiva del sé, modellata dal pubblico, dalla piattaforma e dal contesto.

  • La selezione diventa autorappresentazione. Pubblicare soprattutto successi, immagini felici o opinioni brillanti costruisce una versione parziale della propria vita. La difficoltà nasce quando quella selezione viene interpretata come un ritratto completo, sia dagli altri sia dalla persona che l’ha prodotta.
  • L’anonimato cambia il comportamento. Una minore identificabilità può facilitare confidenze, richieste di aiuto e sperimentazioni personali. Può anche ridurre il senso di responsabilità, soprattutto quando il gruppo normalizza aggressività, derisione o disprezzo.
  • L’avatar amplia le possibilità del corpo. Negli ambienti immersivi possiamo assumere età, sembianze e caratteristiche differenti. Alcuni studi valutano se questa esperienza possa favorire empatia e assunzione di prospettiva. I risultati sono interessanti, ma impersonare qualcuno per pochi minuti non equivale a comprenderne pienamente la storia.
  • Il pubblico modifica ciò che mostriamo. La stessa persona comunica in modo diverso in una chat familiare, su LinkedIn, in un videogioco o in un gruppo politico. Accade anche fuori dalla rete, ma online queste versioni restano registrate, confrontabili e facilmente trasferibili da un contesto all’altro.

La questione centrale riguarda la distanza tra ciò che mostriamo e ciò che sentiamo di essere. Una distanza moderata offre spazio per sperimentare, mentre una frattura continua può trasformare ogni accesso in una recita faticosa da sostenere.

Le relazioni virtuali possono creare vera vicinanza?

Due persone possono confidarsi ogni sera senza essersi mai incontrate. Altre vivono nella stessa casa e comunicano soprattutto attraverso messaggi. La tecnologia non decide automaticamente la qualità di una relazione: modifica le condizioni attraverso cui intimità, fiducia e conflitto vengono costruiti. Le relazioni online mostrano una forte ambivalenza:

  • Riducono alcune distanze. Comunità digitali, gruppi di sostegno e videochiamate permettono di mantenere legami nonostante ostacoli geografici, fisici o sociali. Per chi vive una condizione rara, una disabilità o un’esperienza stigmatizzata, trovare persone simili può interrompere un isolamento durato anni.
  • Rendono la comunicazione più controllabile. Un messaggio può essere riletto, corretto e inviato quando ci sentiamo pronti. Questa possibilità aiuta chi è timido o ansioso, ma può anche favorire conversazioni molto calcolate, dove ogni parola viene costruita per produrre un determinato effetto.
  • Sottraggono numerosi segnali. Nelle chat mancano postura, tono della voce, espressioni minute e silenzi condivisi. Emoji, note vocali e video recuperano parte di queste informazioni senza eliminare del tutto ambiguità e fraintendimenti.
  • Amplificano confronto e visibilità. Vedere continuamente feste, successi e relazioni altrui può suscitare esclusione o inadeguatezza. Gli effetti dipendono dal tipo di utilizzo, dai contenuti, dalla vulnerabilità personale e dal sostegno disponibile.
  • Dividono l’attenzione. Notifiche, feed e messaggi interrompono la conversazione presente promettendone subito un’altra. Si crea così una presenza incompleta: siamo con qualcuno, mentre una parte dell’attenzione resta in attesa di essere richiamata altrove.

Parlare genericamente di “tempo davanti allo schermo” spiega poco. Un’ora trascorsa in una videochiamata affettuosa non equivale a un’ora di confronto compulsivo sui social. Conta ciò che accade, con chi accade e quale stato emotivo lascia dietro di sé.

Realtà virtuale, scuola e salute: una simulazione può insegnare o curare?

Imparare a operare senza mettere a rischio un paziente. Allenarsi a parlare davanti a una platea digitale. Visitare una ricostruzione archeologica invece di osservarla soltanto su un libro. Quando permette di agire, sbagliare e riprovare, il virtuale diventa uno spazio di esperienza protetta. Le applicazioni più studiate riguardano diversi settori:

  • Esposizione psicologica controllata. Nei percorsi per fobie e disturbi d’ansia, gli ambienti virtuali possono presentare gradualmente situazioni temute: volare, parlare in pubblico, trovarsi in altezza. Intensità e durata possono essere regolate con precisione, sempre all’interno di protocolli clinici appropriati.
  • Riabilitazione e gestione del dolore. Compiti immersivi possono sostenere esercizi motori, allenamento cognitivo e distrazione dal dolore. Le potenzialità sono rilevanti, ma i risultati variano in base alla condizione clinica, alla qualità del programma e alle caratteristiche della persona.
  • Apprendimento esperienziale. La realtà virtuale consente di esplorare fenomeni tridimensionali, simulare procedure e ricevere feedback immediati. Il coinvolgimento, tuttavia, non garantisce automaticamente un apprendimento migliore: un ambiente troppo ricco di stimoli può affascinare e, nello stesso tempo, sovraccaricare l’attenzione.
  • Formazione professionale. Chirurghi, soccorritori, piloti e operatori industriali possono esercitarsi in scenari rari o pericolosi senza affrontarne subito le conseguenze. Il vantaggio cresce quando gesti, difficoltà e feedback della simulazione corrispondono davvero a quelli richiesti nella situazione concreta.

La tecnologia diventa efficace quando è inserita in un metodo, accompagnata da competenze umane e valutata attraverso risultati osservabili. Il fascino dell’immersione può attirare l’attenzione, ma il cambiamento dipende da ciò che è stato progettato dietro quella porta digitale.

Abitare il virtuale senza perdere il senso della presenza

Una persona attraversa la città seguendo una mappa, ascolta la voce di qualcuno che si trova a centinaia di chilometri, riceve un promemoria dall’orologio e fotografa ciò che ha davanti. Reale e digitale non si alternano più con ordine, si sovrappongono. Il virtuale è entrato nella memoria, nell’orientamento, nel lavoro, nella cura e nel modo in cui immaginiamo noi stessi. Questa integrazione rende poco utile la nostalgia per una vita completamente offline. Più urgente è comprendere come l’architettura delle piattaforme condizioni attenzione e comportamento. Ogni ambiente suggerisce alcune azioni e ne scoraggia altre: il pulsante per reagire subito, lo scorrimento infinito, il conteggio pubblico delle approvazioni, l’algoritmo che decide quali contenuti mostrarci. Sono scelte progettuali, non proprietà inevitabili della tecnologia.

Il benessere digitale nasce anche dalla capacità di riconoscere questi meccanismi. Significa chiedersi se uno strumento sostiene un’attività o la interrompe continuamente; se una comunità favorisce appartenenza oppure alimenta ostilità; se un avatar amplia la libertà espressiva o costringe a inseguire un’immagine perfetta. Riguarda inoltre accessibilità, protezione dei dati e alfabetizzazione mediatica perché chi non dispone di connessione, dispositivi o competenze adeguate rischia di restare escluso da opportunità formative, servizi e relazioni.

La sfida collettiva consiste nel progettare ambienti digitali compatibili con i bisogni umani, senza pretendere che siano sempre le persone ad adattarsi. Forse riconosciamo la qualità del virtuale proprio nel momento in cui possiamo uscirne senza sentirci svuotati. Lo schermo torna silenzioso, ma qualcosa resta: una conoscenza acquisita, una relazione più vicina, un gesto imparato, una domanda nuova. L’esperienza digitale termina. I suoi effetti, invece, continuano a camminare con noi.

Bibliografia
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Sitografia
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  • https://www.noemahr.com/mental-empowerment-esperienze-benessere-virtual-reality/ Consultato a luglio 2026
  • https://www.stateofmind.it/2016/06/interazioni-online-phubbing/ Consultato a luglio 2026
  • https://www.healthcentral.com/sex-and-relationships/online-vs-real Consultato a luglio 2026
  • https://noldus.com/blog/virtual-reality-in-neuroscience Consultato a luglio 2026
  • https://psytechvr.com/vr-in-psychology Consultato a luglio 2026
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