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Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio: riconoscere i segnali del disagio

Uno sguardo al disagio emotivo di adolescenti e giovani e al ruolo di educazione, relazioni e resilienza nella prevenzione

La sofferenza non sempre si vede. Un adolescente può andare a scuola ogni mattina, uscire con gli amici, pubblicare una foto sui social, ridere a cena e, contemporaneamente, attraversare un periodo di profondo disagio emotivo. A volte i segnali sono evidenti, altre volte sono più difficili da riconoscere, soprattutto quando mancano le parole per raccontare ciò che si prova. Per questo parlare di prevenzione del suicidio significa parlare anche di ciò che accade molto prima di una situazione di emergenza: della capacità di riconoscere il disagio, di educazione emotiva, di relazioni e di contesti nei quali una persona possa sentirsi libera di chiedere aiuto.

Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio: perché parlarne

Ogni anno, il 10 settembre, si celebra la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, promossa dall’International Association for Suicide Prevention e sostenuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Il suicidio rappresenta infatti un importante problema di salute pubblica. Secondo le più recenti stime dell’OMS, nel mondo oltre 720.000 persone muoiono ogni anno per suicidio.

Secondo gli ultimi dati dell’Eurostat, nel 2023, 48.370 residenti nell’Unione Europea sono deceduti a causa di atti di autolesionismo intenzionale, pari all’1,0% di tutti i decessi, con un tasso più marcato fra gli uomini. E nel 2021 il suicidio è stato la terza causa di morte tra le persone di età compresa tra 15 e 29 anni.

Guardando alla salute mentale degli adolescenti, il quadro richiede particolare attenzione: a livello globale, un adolescente su sette tra i 10 e i 19 anni convive con un disturbo mentale e ansia, depressione e disturbi comportamentali sono tra le principali cause di malattia e disabilità in questa fascia d’età.

Prevenire, però, non significa solamente intervenire quando si manifesta un’emergenza. Significa costruire, giorno dopo giorno, le condizioni che permettono di riconoscere una sofferenza e trovare sostegno prima che sia troppo tardi.

Disagio adolescenziale: quando la sofferenza diventa difficile da esprimere

L’adolescenza è un periodo di profonde trasformazioni fisiche, emotive e sociali. È il momento in cui si costruisce progressivamente la propria identità, cambia il rapporto con la famiglia e acquistano sempre più importanza il gruppo dei pari, le relazioni e il confronto sociale.

In questa fase, ansia, depressione, isolamento sociale e difficoltà relazionali possono avere un impatto significativo sul benessere emotivo.

Non sempre, però, un adolescente possiede gli strumenti necessari per riconoscere quello che sta vivendo e comunicarlo agli altri. Il disagio può allora trovare altre forme di espressione. Tra queste rientrano anche i comportamenti autolesionistici.

Il fenomeno è tutt’altro che marginale. Una vasta revisione sistematica e meta-analisi condotta su campioni non clinici internazionali ha stimato una prevalenza complessiva dell’autolesionismo non suicidario in adolescenza del 17,2%, pur evidenziando un’importante variabilità delle stime in relazione ai metodi utilizzati negli studi.



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Autolesionismo e suicidio non sono la stessa cosa

Quando si parla di autolesionismo è fondamentale evitare una sovrapposizione: autolesionismo non significa necessariamente intenzione suicidaria.

Con l’espressione Non-Suicidal Self-Injury (NSSI) si indicano comportamenti attraverso i quali una persona provoca deliberatamente un danno al proprio corpo senza intento suicidario.

Perché accade?

La ricerca suggerisce che questi comportamenti possano svolgere funzioni differenti. In alcuni casi possono diventare una strategia disfunzionale attraverso cui tentare di regolare emozioni molto intense, ridurre temporaneamente una tensione o comunicare un disagio difficile da esprimere diversamente.

Il gesto, quindi, non va automaticamente interpretato come un tentativo di suicidio. Ma non per questo deve essere minimizzato. È un comportamento dannoso e un possibile segnale di sofferenza che richiede ascolto, attenzione e, quando necessario, l’intervento di professionisti.

Perché un adolescente arriva a farsi del male?

Non esiste una risposta unica. Ed è importante diffidare delle spiegazioni troppo semplici.

I comportamenti autolesionistici possono emergere dall’interazione di numerosi fattori individuali, relazionali e ambientali. I modelli sviluppati dalla ricerca chiamano in causa, tra gli altri aspetti, le difficoltà nella regolazione delle emozioni e nella comunicazione interpersonale e l’apprendimento sociale di determinati comportamenti.

Anche il contesto nel quale un adolescente cresce ha un ruolo importante. Famiglia, scuola, amicizie e spazi digitali possono rappresentare fonti di stress, ma anche straordinarie risorse di protezione.

Lo stesso vale più in generale per il rischio suicidario, che l’OMS descrive come multifattoriale: entrano in gioco fattori sociali, culturali, biologici, psicologici e ambientali. Esperienze di violenza e abuso, perdite, conflitti relazionali e isolamento possono contribuire ad aumentare la vulnerabilità.

Questo significa anche evitare la ricerca di un singolo colpevole. Comprendere il disagio richiede uno sguardo capace di tenere insieme la persona e il sistema di relazioni nel quale vive.

Educazione emotiva: imparare a riconoscere ciò che accade dentro di noi

Cosa possiamo fare, allora, prima? Una parte della risposta passa dall’educazione emotiva.

Riconoscere un’emozione, darle un nome, comprendere ciò che la genera e imparare a comunicarla sono competenze che possono essere sviluppate. Al contrario, quando non possediamo un linguaggio per ciò che sentiamo, il rischio è che il disagio rimanga invisibile o trovi altre forme per manifestarsi.

Contrastare l’analfabetismo emotivo significa quindi offrire a bambini e adolescenti strumenti per comprendere meglio il proprio mondo interiore e quello degli altri.

L’OMS indica infatti la promozione dell’apprendimento socio-emotivo e del benessere psicologico tra gli elementi fondamentali per proteggere la salute mentale durante l’adolescenza.

In questa prospettiva, famiglia e scuola non sono soltanto i luoghi nei quali individuare eventuali segnali di difficoltà: possono diventare veri spazi di prevenzione, nei quali imparare che le emozioni possono essere ascoltate, comprese e condivise.

Resilienza non significa affrontare tutto da soli

Anche la resilienza è una risorsa fondamentale, purché non venga confusa con l’idea di dover essere sempre forti.

La ricerca contemporanea tende, infatti, a considerarla non semplicemente come una caratteristica posseduta da alcune persone, ma come un processo dinamico che coinvolge molteplici dimensioni: individuali, familiari, sociali e culturali.

Una recente meta-analisi condotta su 19 studi e oltre 17.000 adolescenti e giovani adulti ha confermato l’associazione tra maggiori livelli di resilienza, migliori indicatori di salute mentale e minori indicatori di difficoltà psicologica.

Essere resilienti, quindi, non significa farcela da soli: significa anche sapere quali risorse abbiamo a disposizione, costruire relazioni significative, al centro del progetto condiviso di Fondazione Patrizio Paoletti e di NIVEA CONNCET, riconoscere quando una situazione supera le nostre capacità del momento e chiedere aiuto.

Prevenire significa costruire reti capaci di ascoltare

Nessun adolescente cresce da solo. Genitori, insegnanti, amici, educatori, professionisti e comunità costituiscono una rete che può contribuire alla salute mentale e al benessere emotivo. Il supporto sociale è riconosciuto dalla letteratura come un importante fattore protettivo per la salute mentale di bambini e adolescenti.

Prevenire significa allora anche costruire ambienti nei quali il disagio possa essere espresso senza vergogna e senza paura di essere giudicati. Significa non minimizzare un cambiamento improvviso, un isolamento crescente o una richiesta di aiuto. Ma significa anche non trasformare automaticamente ogni momento di difficoltà in una diagnosi o in un’emergenza. Serve ascolto. Servono competenze. Servono protocolli educativi, ricerca e divulgazione capaci di aiutare adulti e ragazzi a riconoscere i segnali e sapere a chi rivolgersi. Perché la salute globale è un diritto universale e la prevenzione riguarda ciascuno di noi.

La prevenzione del suicidio non appartiene soltanto al momento dell’emergenza. Comincia molto prima: nell’educazione alle emozioni, nella costruzione della resilienza, nella qualità delle relazioni e nella possibilità di trovare qualcuno disposto ad ascoltare quando attraversiamo un momento difficile.

Possiamo costruire contesti nei quali chiedere aiuto non sia motivo di vergogna. Possiamo educare bambini e adolescenti a riconoscere ciò che provano. E possiamo imparare, come adulti, ad ascoltare senza minimizzare e senza giudicare. Perché a volte la prevenzione può cominciare proprio da lì, da una domanda semplice, fatta con autentico interesse: Come stai?

    Non temere mai di chiedere aiuto!
    Tutti i contenuti di divulgazione scientifica di Fondazione Patrizio Paoletti sono elaborati dalla nostra équipe interdisciplinare e non sostituiscono in alcun modo un intervento medico specialistico. Se pensi che tu o qualcuno a te vicino abbia bisogno dell'aiuto di un professionista della salute mentale, non esitare a rivolgerti ai centri territoriali e agli specialisti.

Bibliografia
  • Fritz, J., de Graaff, A. M., Caisley, H., van Harmelen, A. L., & Wilkinson, P. O. (2018). A Systematic Review of Amenable Resilience Factors That Moderate and/or Mediate the Relationship Between Childhood Adversity and Mental Health in Young People. Frontiers in psychiatry, 9, 230.
  • Luo, S., Hu, J., Zhang, J., Mei, Z., Tang, Z., & Luo, S. (2025). The correlation between resilience and mental health of adolescents and young adults: a systematic review and meta-analysis. Frontiers in psychiatry, 16, 1536553.
  • Nock M. K. (2009). Why do People Hurt Themselves? New Insights Into the Nature and Functions of Self-Injury. Current directions in psychological science, 18(2), 78–83.
  • Pavarini, G., Reardon, T., Hollowell, A., Bennett, V., Lawrance, E., Peer Support Young People’s Advisory Group, Pinfold, V., & Singh, I. (2023). Online peer support training to promote adolescents’ emotional support skills, mental health and agency during COVID-19: Randomised controlled trial and qualitative evaluation. European child & adolescent psychiatry, 32(6), 1119–1130.
  • Swannell, S. V., Martin, G. E., Page, A., Hasking, P., & St John, N. J. (2014). Prevalence of nonsuicidal self-injury in nonclinical samples: systematic review, meta-analysis and meta-regression. Suicide & life-threatening behavior, 44(3), 273–303.
Sitografia
  • https://it.euronews.com/salute/2026/09/10/giornata-mondiale-per-la-prevenzione-del-suicidio-cosa-dicono-gli-ultimi-dati-ue-e-spagna
  • https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/w/edn-20260909-1
  • https://www.who.int/campaigns/world-suicide-prevention-day/2025
  • https://www.who.int/health-topics/suicide#tab=tab_1
  • https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/adolescent-mental-health
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