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Ijirashii: l’emozione giapponese che nasce davanti alla perseveranza

Emozioni dal mondo: cosa proviamo quando vediamo qualcuno fare del suo meglio

Ci sono emozioni che non hanno un nome nella nostra lingua, ma che descrivono con precisione esperienze che conosciamo bene. Parole provenienti da altre culture possono aiutarci a osservare in modo più consapevole ciò che viviamo ogni giorno. Una di queste è ijirashii, un termine giapponese che indica una forma particolare di commozione: quella che nasce quando osserviamo qualcuno impegnarsi profondamente, spesso in condizioni difficili, e riuscire nel suo intento. È un’emozione fatta di rispetto, tenerezza e una lieve malinconia. Ma non riguarda solo chi osserviamo. Riguarda anche il contesto in cui quella fatica prende forma.

Ijirashii: significato e origine di un’emozione difficile da tradurre

Il termine ijirashii viene utilizzato nella lingua giapponese per descrivere una persona che si impegna con costanza e dignità, anche quando si trova in una situazione di difficoltà.

Non indica semplicemente il coraggio o la resilienza, ma una qualità più sottile: uno sforzo silenzioso che suscita, in chi osserva, una forma di empatia profonda.

È una combinazione di:

  • perseveranza
  • vulnerabilità
  • dedizione

Proprio per questa complessità, non esiste una traduzione univoca in italiano. Le parole che possiamo utilizzare, come “commovente” o “ammirevole”, colgono solo una parte del significato.

Ijirashii descrive sia un comportamento sia la risposta emotiva che quel comportamento genera.

Quando proviamo ijirashii nella vita quotidiana

Questa emozione emerge in molte situazioni quotidiane. Può manifestarsi quando:

  • un bambino si impegna nonostante le difficoltà
  • una persona affronta un cambiamento importante con determinazione
  • qualcuno continua a provare, anche senza riconoscimento

In questi casi, ciò che colpisce non è solo l’azione, ma la qualità dello sforzo. Questa risposta è legata alla nostra capacità di entrare in relazione con l’esperienza dell’altro.

Il ruolo dell’empatia: cosa succede nel cervello quando riconosciamo lo sforzo degli altri

Dal punto di vista neuroscientifico, quando osserviamo un’azione o uno stato emotivo, si attivano nel nostro cervello circuiti che facilitano la comprensione dell’esperienza altrui.

Tra questi, il sistema dei neuroni specchio, che consente di riconoscere e “rispecchiare” ciò che vediamo.  Questo meccanismo è alla base dell’empatia e della capacità di cogliere lo sforzo degli altri.

L’empatia, a sua volta, è associata a comportamenti prosociali e a una maggiore qualità delle relazioni. Per questo ijirashii è un’emozione significativa: non si limita a descrivere una reazione, ma attiva un processo di connessione.

Il lato nascosto di questa emozione: quando la resilienza diventa necessità

Osservare qualcosa come ijirashii significa riconoscere uno sforzo. Ma questo apre anche una domanda: perché quello sforzo è necessario?

In molti casi, ciò che suscita questa emozione è legato a condizioni sfavorevoli:

  • contesti poco accessibili
  • mancanza di supporto
  • difficoltà strutturali

La perseveranza, in questi casi, non è solo una qualità personale, ma una risposta a un ambiente che richiede più energia del necessario. Ijirashii può quindi essere letto anche come un segnale: indica una distanza tra le capacità della persona e le condizioni offerte dal contesto.



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Inclusione sociale: perché alcune persone devono essere più “forti” di altre

Non tutte le persone partono dalle stesse condizioni. Esistono barriere che rendono alcuni percorsi più complessi:

  • ostacoli economici
  • difficoltà educative
  • ambienti non progettati per la diversità
  • accesso limitato alle opportunità

In questi casi, lo sforzo individuale diventa maggiore. Ciò che viene percepito come resilienza è spesso la capacità di adattarsi a un contesto che non è inclusivo.

Il concetto di equità aiuta a leggere questa dinamica: non si tratta di offrire a tutti le stesse risorse, ma di creare condizioni che permettano a ciascuno di sviluppare il proprio potenziale.

Il rischio di romanticizzare la fatica

Quando osserviamo uno sforzo che suscita ijirashii, è facile concentrarsi sulla forza della persona. Tuttavia, questo può portare a trascurare il contesto che rende necessario quello sforzo. Il rischio è quello di:

  • normalizzare la fatica
  • considerarla inevitabile
  • attribuire il valore solo alla capacità di resistere

In questo senso, è importante distinguere le emozioni e non fare confusione tra empatia e idealizzazione. L’empatia permette di comprendere e riconoscere l’esperienza dell’altro. L’idealizzazione, invece, può portare a perdere di vista le condizioni che la generano.

Dall’emozione all’azione: cosa significa davvero includere

Se osservata in modo consapevole, ijirashii può diventare un punto di partenza per riflettere su come costruire contesti più inclusivi. Includere significa:

  • ridurre le barriere
  • progettare ambienti accessibili
  • riconoscere bisogni diversi
  • creare condizioni di partecipazione reale

È un processo che riguarda la dimensione educativa, sociale e relazionale. Non si tratta solo di valorizzare le capacità individuali, ma di intervenire sui contesti in cui queste capacità si esprimono.

Verso una cultura dell’empatia consapevole

Educare alle emozioni significa sviluppare la capacità di riconoscere, comprendere e utilizzare le informazioni emotive in modo costruttivo.

Le competenze socio-emotive sono associate al benessere psicologico, alla qualità delle relazioni e alla prevenzione del disagio. In questo quadro, emozioni come ijirashii possono essere strumenti utili per:

  • osservare le dinamiche relazionali
  • comprendere le esperienze degli altri
  • riflettere sui contesti

Un’empatia consapevole non si limita a riconoscere lo sforzo, ma si interroga sulle condizioni che lo rendono necessario.

Ijirashii descrive un’esperienza emotiva precisa: quella che emerge quando osserviamo uno sforzo silenzioso, perseverante, spesso fragile. Riconoscere questa emozione può aiutarci a comprendere meglio le persone, ma anche i contesti in cui vivono.

In molti casi, ciò che appare come una qualità individuale è anche il risultato di condizioni non equilibrate. Per questo, riflettere su ijirashii significa anche interrogarsi sull’inclusione.

Un contesto inclusivo è un contesto in cui lo sforzo non è distribuito in modo diseguale, in cui le persone possono esprimersi senza dover compensare continuamente delle barriere.

In questa prospettiva, l’obiettivo non è eliminare l’emozione, ma comprenderla. E, dove possibile, ridurre le condizioni che la rendono necessaria.

Bibliografia
  • Decety, J., & Jackson, P. L. (2004). The functional architecture of human empathy. Behavioral and cognitive neuroscience reviews, 3(2), 71–100.
  • Durlak, J. A., Weissberg, R. P., Dymnicki, A. B., Taylor, R. D., & Schellinger, K. B. (2011). The impact of enhancing students’ social and emotional learning: A meta‐analysis of school‐based universal interventions. Child Development, 82(1), 405–432.ùRizzolatti, G., & Sinigaglia, C. (2010). The functional role of the parieto-frontal mirror circuit: interpretations and misinterpretations. Nature reviews. Neuroscience, 11(4), 264–274.
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