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I genitori e lo sport

Il ruolo più difficile del campo

C’è una figura nello sport che non ha un allenatore, non riceve un diploma  non viene preparata per il ruolo che ricopre. Eppure è presente ad ogni allenamento, ad ogni gara, ad ogni delusione e ad ogni vittoria. È il genitore.  Nessuno nasce sapendo come si fa il genitore di un atleta. È un ruolo che si impara sul campo, spesso sbagliando, spesso senza punti di riferimento chiari e proprio per questo merita attenzione, rispetto e, soprattutto, una guida.

Quando l’esperienza sportiva diventa un’arma a doppio taglio

Ci sono genitori che hanno fatto sport anche a buon livello, che conoscono la fatica, la disciplina, la pressione della gara. In teoria, dovrebbero essere una risorsa preziosa e spesso lo sono. Conoscono i ritmi, capiscono le difficoltà tecniche, sanno cosa significa perdere e rialzarsi, perdere e rialzarsi.

Ma c’è un rischio che si insinua in questo scenario. Quando un genitore ha vissuto lo sport intensamente, porta con sé una storia. Una storia fatta di successi che vuole replicare, di rimpianti che vuole riscattare, di strade non percorse che, inconsciamente, vuole far percorrere al figlio.

Non c’è alcuna intenzione negativa, ovviamente, è tutto molto umano.

Poi però nasce il problema, il figlio smette di essere un atleta con la propria traiettoria e diventa il contenitore delle aspettative non realizzate di qualcun altro. Quando le parole di incoraggiamento si trasformano in confronti e parole come “forza puoi farcela” diventano “io non ce l’ho fatta, ma tu devi”.

Un genitore che ha praticato sport ad alto livello deve fare un lavoro mentale preciso: separare la propria storia sportiva da quella del figlio e questo non è semplice. Richiede consapevolezza, riflessione e, a volte, un supporto esterno. Una ragazza o un ragazzo che sente il peso delle aspettative esterne non gareggia più per sé stesso, gareggia per un pubblico formato da una persona sola. E questo è un carico insostenibile per tutti.

Il genitore non sportivo: tra fiducia e deriva gestionale

All’opposto c’è il genitore che non ha mai praticato sport agonistico. Che non conosce le dinamiche di uno spogliatoio, non capisce la differenza tra un allenamento tecnico e uno fisico, non sa leggere una prestazione.

Questo genitore ha due scelte davanti a sé. Può scegliere di fidarsi e di affidarsi a chi lavora ogni giorno con il figlio: l’allenatore, il preparatore, il mental coach e diventare un punto di riferimento emotivo stabile, senza pretendere di capire tutto, senza commentare ogni scelta tecnica.

Oppure sceglie, e accade più spesso di quanto si pensi, di trasformarsi in un procuratore sportivo improvvisato. Inizia a gestire i rapporti con la società, a discutere di minutaggio, di ruolo, di contratti, di opportunità. Si muove in un terreno che non conosce, armato solo di entusiasmo e amore per il figlio. Un mix che, senza competenze, può diventare esplosivo.

Il genitore-procuratore fai da te è un genitore che ha perso il proprio ruolo originale e ne ha assunto uno per il quale non ha strumenti e competenze, ma soprattutto non può essere obiettivo nelle valutazioni. Il risultato? Conflitti con gli allenatori, tensioni nei club, e soprattutto un figlio che si ritrova al centro di dinamiche di potere che non riesce a gestire.

La vera competenza del genitore non sportivo sta nel riconoscere i propri limiti. E nel trasformarli in forza: quella forza che viene dall’ascolto, dalla presenza, dalla fiducia nel percorso.

Il supporto irrinunciabile

Detto questo, non c’è sviluppo e crescita senza sostegno familiare. I genitori sono il tessuto connettivo della vita di un atleta giovane. Non possono essere sostituiti da nessun allenatore, per quanto bravo, il loro operato non può essere rimpiazzato da nessun mental coach, per quanto preparato.

Sono loro che accompagnano i figli alle sei di mattina in piscina. Sono loro che aspettano al freddo fuori dal campo. Sono loro che preparano il pasto pre e post-gara. Sono loro che trovano le parole giuste dopo una sconfitta o che imparano a trovarle.

Il supporto genitoriale non è un optional. È una variabile che la ricerca in psicologia dello sport identifica come determinante per la permanenza dei giovani nell’attività sportiva, per la resilienza di fronte agli insuccessi, per la capacità di costruire un’identità solida e sana non solo sportiva.

Un genitore che c’è, fisicamente ed emotivamente, che sostiene senza pressare, che incoraggia senza condizionare, vale quanto ore di allenamento mentale. Perché trasmette sicurezza, sicurezza che diviene il terreno fertile su cui far crescere qualsiasi prestazione.

Guidare con l’esempio: il messaggio silenzioso più potente

I bambini non ascoltano quello che diciamo. Guardano quello che facciamo.

Se un genitore insulta l’arbitro sugli spalti, sta insegnando al figlio che le regole si rispettano solo quando fanno comodo. Se un genitore abbandona il campo sbattendo la portiera dell’auto dopo una sconfitta, sta mostrando che le emozioni difficili si evitano, non si attraversano. Se un genitore commenta negativamente l’avversario, sta modellando un atleta che cercherà sempre un colpevole esterno alla propria prestazione.

Al contrario, un genitore che affronta la delusione con dignità, che rispetta le decisioni dell’allenatore anche quando non le condivide, che trova qualcosa di positivo anche nelle gare difficili, sta costruendo qualcosa di enormemente più duraturo di qualsiasi tecnica insegnata in allenamento.

L’esempio è il linguaggio più potente che un genitore conosce e lo usa ogni giorno, spesso senza rendersene conto. La domanda che ogni giorno un genitore dovrebbe farsi è:

Cosa sto insegnando a mio figlio?

Una risorsa per l’allenatore. Ma va educata.

Gli allenatori migliori lo sanno: i genitori non sono un problema, sono una risorsa. Quando sono allineati con la filosofia dello staff, quando comunicano in modo costruttivo, quando capiscono il progetto tecnico e lo sostengono a casa, il lavoro in campo diventa molto più efficace. Ma questa risorsa, se non viene orientata, rischia di diventare un elemento destabilizzante. Un genitore che contraddice in auto quello che l’allenatore ha detto in campo sta creando un doppio messaggio nel figlio, se giudica le scelte tattiche a cena sta minando l’autorevolezza di chi lavora quotidianamente con il ragazzo, ancor più se si avvicina all’allenatore immediatamente dopo la gara per discutere: è fuori tempo e fuori ruolo.

Gli allenatori in primis dovrebbero investire tempo nell’educazione dei genitori come strategia gestionale. Un incontro all’inizio della stagione, una comunicazione chiara sui ruoli, un canale ben definito per i feedback. Sembra una utopia ma in realtà è solo capacità organizzativa. Perché quando l’ambiente intorno all’atleta è coerente, sereno e collaborativo, l’atleta apprende e performa meglio, grande o piccolo che sia, senza eccezioni.

Come nasce la prestazione: quello che i genitori non sanno

Qui entriamo in un territorio che pochi genitori conoscono.

La prestazione sportiva non nasce dalla forza muscolare, non nasce solo dalla tecnica, ma nasce dal cervello. Da un sistema neurofisiologico complesso che regola attenzione, emozione, coordinazione, anticipazione, risposta allo stress. Ogni gesto atletico è il risultato di milioni di connessioni neurali che si attivano in frazioni di secondo. Quando un genitore urla dalla tribuna durante un momento critico di gara, non sta motivando il figlio, sta aumentando il carico cognitivo ed emotivo su un sistema che in quel momento ha bisogno di silenzio e focus attentivo, attivando i sistemi di allarme del cervello, distogliendo risorse da ciò che conta.

Capire, anche solo a grandi linee, come funziona il cervello sotto “pressione”, come si formano le abitudini motorie, cosa succede neurologicamente durante una competizione, cambierebbe radicalmente il comportamento di molti genitori.



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 Le emozioni: il territorio inesplorato

La gara finisce e il figlio ha perso, oppure ha vinto ma era insoddisfatto. Magari ha pianto in panchina o ha reagito con rabbia a un errore. Cosa fa il genitore?

Spesso non sa cosa fare, si sente in grande difficoltà. Questa incertezza è comprensibile, perché nessuno ci prepara a gestire le emozioni forti di un figlio nell’ambiente sportivo. Il risultato è che molti genitori, per amore, fanno le cose sbagliate, magari minimizzano: “Non importa, è solo una partita” e invece al figlio importa eccome, sentirsi dire che non è importante lo fa sentire incompreso.

Noi genitori ci appoggiamo alla razionalità troppo presto: “Hai sbagliato perché non ti sei allenato abbastanza”. Vero forse, ma detto nel momento sbagliato è un giudizio, non un supporto. Oppure all’opposto, amplificano: “Hai visto com’era bravo quell’altro? Lui sì che si impegna”. Una freccia dritta all’autostima che fa male.

Gestire le emozioni post-gara di un atleta richiede una competenza specifica. Si tratta di imparare a stare nel disagio del figlio senza volerlo immediatamente eliminare. Di fare domande aperte invece di dare risposte preconfezionate creando uno spazio sicuro dove l’emozione possa essere nominata, vissuta e poi lasciata andare. Un figlio che impara a elaborare le emozioni sportive diventa un adulto che sa gestire le emozioni della vita.

Lo sport è uno dei migliori laboratori emotivi che esistano, ma solo se tutte le figure che stanno intorno ai giovani sanno come farlo funzionare.

Un patto tra adulti, per i ragazzi

Alla fine, tutto si riduce a questo: i genitori, gli allenatori, i preparatori, i mental coach sono adulti che condividono uno stesso obiettivo. Aiutare un ragazzo a crescere attraverso lo sport. Quando questo obiettivo è chiaro, tutto il resto si semplifica. I conflitti si ridimensionano. I ruoli diventano più netti. La comunicazione diventa più fluida. Il genitore non deve essere l’allenatore, non deve essere il procuratore, non deve essere il mental coach, il genitore deve essere il genitore con tutta la complessità e la bellezza che questo ruolo porta con sé.

Deve essere la persona che dice “ti voglio bene” indipendentemente da quanti gol ha segnato o quanti errori ha fatto. Quella che crede nel figlio quando il figlio non crede in sé stesso.

Questo non richiede competenze tecniche, richiede presenza, ascolto e il coraggio di mettere da parte le proprie aspettative e fare spazio a quelle di un’altra persona, soprattutto quando quella persona ha ancora le scarpe da ginnastica troppo grandi.


Luciano Sabbatini
Coach Professionista
Da anni Mental Coach del campione mondiale e olimpico Gianmarco Tamberi
e di altri atleti di livello nazionale e internazionale.

 

 

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