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Qual è il rapporto fra epinefrina ed emozioni?

Implicazioni su memoria, stress e apprendimento

È conosciuta come “l’ormone dello stress”, ma svolge anche un ruolo importantissimo nell’attenzione, nella memoria e nel benessere cerebrale. L’epinefrina, più comunemente nota come adrenalina, non è infatti solo implicata nella reazione di attacco-fuga che si scatena quando viviamo un momento intenso come una paura improvvisa, un’emozione forte o un imprevisto. Il suo doppio ruolo di neurotrasmettitore e ormone la mette al centro dei meccanismi di comunicazione tra cervello e corpo e nella modulazioni delle emozioni.

L’epinefrina nella reazione di attacco fuga

L’epinefrina fa parte delle catecolamine, una classe di molecole che comprende anche la dopamina e la norepinefrina. Sintetizzata dalle ghiandole surrenali e in quantità minori in alcune regioni del cervello, l’epinefrina svolge un ruolo sia di ormone che di neurotrasmettitore. Quando viene rilasciata nel sangue e raggiunge numerosi tessuti bersaglio in tutto il corpo, regola la gittata cardiaca, la pressione sanguigna e la mobilitazione delle riserve energetiche.

Le vie aeree si dilatano e respiriamo più rapidamente, le pupille fanno entrare più luce, il cuore batte più veloce, e il fegato rilascia più zuccheri nel sangue per dare energia immediata ai muscoli. Si tratta della cosiddetta risposta di attacco-fuga: il nostro corpo è adesso più preparato a sfuggire a un pericolo percepito, o a combattere se necessario.

Questa reazione ha profonde radici evolutive e aumenta le nostre probabilità di sopravvivenza in caso di rischi o eventi improvvisi, ma sopraggiunge anche quando il pericolo non è reale (ad esempio nei film horror) oppure è controllato e appositamente ricercato (come nel caso degli sport estremi).



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L’epinefrina come neurotrasmettitore

L’epinefrina funziona anche come neurotrasmettitore: rilasciata da neuroni specifici per attivare i recettori adrenergici nelle sinapsi e modulare l’eccitabilità neuronale. Questa doppia natura consente all’epinefrina di coordinare sia reazioni fisiologiche globali, sia funzioni cognitive come memoria e apprendimento.

Studi sperimentali mostrano, ad esempio, che l’epinefrina rilasciata dopo un’esperienza emotivamente significativa può migliorare la consolidazione dei ricordi. La maggior disponibilità di glucosio per l’attività neuronale nei circuiti della memoria (come ippocampo e amigdala) rafforzerebbe i processi cellulari che stabilizzano i ricordi.

Epinefrina, attenzione e apprendimento

Questo effetto è stato osservato sia in modelli animali che studi umani, dove l’aumento dei livelli di epinefrina subito dopo l’apprendimento potenzia la ritenzione delle informazioni. Anche questa funzione è adattativa: fossilizzare ricordi associati a situazioni stressanti e pericolose aiuta a reagire meglio quando si ripresentano e ad aumentare le chance di sopravvivenza.

Pur non essendo il principale neurotrasmettitore di attenzione (un ruolo primariamente svolto dalla norepinefrina), l’epinefrina contribuisce anche allo stato di arousal e monitoraggio ambientale, al quale andiamo incontro durante eventi stressanti o salienti. L’incremento della soglia dell’attenzione ci rende più mentalmente pronti e concentrati in situazioni cruciali.

L’epinefrina come regolatore dello stress

Quando l’attività adrenergica è equilibrata, l’epinefrina contribuisce a un buon adattamento allo stress e al benessere mentale. In situazioni di lieve stress acuto, picchi di epinefrina migliorano l’attenzione, la prontezza e la capacità di memorizzare eventi significativi.

Questo equilibrio supporta anche la resilienza, cioè la capacità del cervello di gestire eventi stressanti senza che le funzioni cognitive o emotive ne risentano. Quando l’asse neuroendocrino che regola la risposta allo stress funziona in modo armonico, il sistema adrenergico favorisce una buona regolazione emotiva, un’efficiente attenzione selettiva e un miglior recupero dopo situazioni impegnative.

Il problema emerge quando lo stress è cronico e prolungato, perché l’organismo non riesce più a tornare allo stato di equilibrio e l’attivazione adrenergica resta costantemente elevata. In questi casi si osservano effetti meno benefici come difficoltà di concentrazione, affaticamento cognitivo,  aumento dell’ansia e depressione, poiché i circuiti prefrontali e limbici non hanno il tempo di recuperare. Per questo il “segreto” del benessere a lungo termine non è evitare lo stress, ma permettere all’organismo di alternare momenti di attivazione a momenti di recupero.

Bibliografia
  • Gold PE. Regulation of memory — from the adrenal medulla to liver to astrocytes to neurons. Brain Res Bull. 2014;105:25-35. doi:10.1016/j.brainresbull.2013.12.012
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  • Lombardo, G., Belcastro, S., Mondelli, V. et al. L’asse dello stress: regolazione neuro-endocrino-immuno-metabolica e ruolo nello sviluppo della sindrome metabolica e della depressione. L’Endocrinologo 24, 624–631 (2023). https://doi.org/10.1007/s40619-023-01379-3
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