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Il cervello che suona

Fare musica per le neuroscienze: dagli effetti sul cervello ai neuroconcerti

Suonare uno strumento musicale è tra le attività più complesse che il cervello umano può condurre. A differenza dell’ascolto, che può avvenire in modo relativamente passivo, l’esecuzione musicale richiede la coordinazione di movimento, percezione sensoriale, memoria, attenzione ed emozioni, spesso sotto vincoli temporali o situazioni stressanti. Per questo motivo, l’atto di fare musica è molto studiato dalle moderne neuroscienze, un modello privilegiato per svelare i meccanismi di plasticità cerebrale e della cosiddetta “embodied cognition”.

Le aree cerebrali coinvolte nella musica

Studiare il cervello di un musicista mentre suona non è semplice – i movimenti corporei, la postura e l’interazione con lo strumento rendono difficoltoso l’uso di tecniche standard come la risonanza magnetica funzionale. Negli ultimi due decenni una combinazione di fMRI, EEG, MEG e sensori indossabili sempre più sofisticati ha permesso di chiarire in modo più preciso cosa accade nel cervello quando produciamo musica.

Stando alle misurazioni, non esiste nel nostro cervello una singola “area della musica”, ma una rete distribuita che coinvolge regioni motorie, sensoriali e cognitive. Studi di neuroimaging mostrano una co-attivazione della corteccia motoria primaria e premotoria, responsabili dell’esecuzione dei movimenti fini, della corteccia somatosensoriale, che fornisce feedback tattile, e delle aree uditive del lobo temporale, che monitorano costantemente il suono prodotto.

Una review pubblicata su Nature Neuroscience ha mostrato come la produzione musicale si basi su un dialogo continuo tra sistemi uditivi e motori, con il cervelletto che ci fa sincronizzare col tempo della musica come una sorta di “metronomo cerebrale”, mentre e i gangli della base sono coinvolti nella automatizzazione e ripetizione delle sequenze motorie necessarie.

Anche lo strumento suonato fa la differenza in termini di attività cerebrale: uno studio fMRI su pianisti professionisti ha evidenziato una rappresentazione particolarmente estesa delle dita nelle mappe somatosensoriali e motorie. Altri studi hanno suggerito che gli strumenti a fiato coinvolgano in modo più marcato le aree motorie legate al controllo respiratorio, mentre negli archi è particolarmente raffinata la coordinazione motoria tra le due mani.

Come suonare cambia il cervello

Uno degli aspetti più studiati della neuroscienze riguarda i cambiamenti cerebrali indotti dalla pratica musicale a lungo termine. Numerosi studi dimostrano che suonare uno strumento modifica sia la struttura sia il funzionamento del cervello: uno studio pubblicato su Science ha mostrato che i musicisti presentano un corpo calloso più grande, in particolare chi ha iniziato lo studio in età precoce.

Già dopo 15 mesi di lezioni musicali, nei bambini compaiono differenze strutturali misurabili nel cervello, proporzionali alle ore di pratica. Studi successivi hanno evidenziato un aumento della materia grigia nelle aree motorie, uditive e visuo-spaziali dei musicisti rispetto ai non musicisti.

Dal punto di vista funzionale, il cervello del musicista esperto appare anche più efficiente: durante l’esecuzione vi è una minore attivazione generalizzata a parità di prestazione, il che suggerisce che i suoi circuiti neurali si siano specializzando per l’attività musicale. Come per ogni pratica complessa effettuata a lungo termine, suonare è una vera e propria forma di allenamento cognitivo a lungo termine fino a diventare una sorta di seconda natura.



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Il valore sociale del suonare assieme

Come raccontato nel libro di Silvia Bencivelli, Perché ci piace la musica, l’atto di suonare emerge all’interazione di reti evolutivamente antiche, originariamente sviluppate per il movimento, il linguaggio e la socialità. Negli ultimi anni, l’attenzione delle neuroscienze si è infatti spostata dalla pratica individuale alla dimensione collettiva del fare musica. Questa è sempre stata una delle due colonne di questa nostra attività.

Uno studio basato su EEG hyperscanning ha mostrato che chitarristi che suonano insieme presentano una sincronizzazione delle oscillazioni neurali nelle regioni frontali e temporali, un fenomeno assente quando suonano da soli. Studi successivi hanno confermato che questa sincronizzazione inter-cerebrale coinvolge aree associate alla cognizione sociale, alla previsione delle azioni altrui e alla coordinazione temporale.

Suonare in gruppo sembra quindi ridurre il carico cognitivo individuale, favorendo stati di coordinazione spontanea e stati emotivi condivisi. Questo tipo di allineamento neurale è stato osservato sia in musicisti professionisti sia in ensemble amatoriali. In questa prospettiva si collocano anche i neuroconcerti, in cui l’esecuzione musicale dal vivo, monitorata tramite sensori indossati dai musicisti, diventa un contesto sperimentale per studiare attenzione, emozioni e interazione sociale, trasformando il concerto in un vero laboratorio neuroscientifico.

Suonare musica, dunque, non è solo un atto artistico, ma un potente strumento di trasformazione cerebrale e sociale. Attraverso il gesto, il tempo e la relazione con gli altri, la musica modella il cervello e rafforza quei meccanismi che ci permettono di coordinarci, comprenderci e creare insieme.

Bibliografia
  • Gaser C, Schlaug G. Brain structures differ between musicians and non-musicians. J Neurosci. 2003 Oct 8;23(27):9240-5. doi: 10.1523/JNEUROSCI.23-27-09240.2003. Erratum in: J Neurosci. 2013 Sep 4;33(36):14629. PMID: 14534258; PMCID: PMC6740845.
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  • Silvia Bencivelli, Perché ci piace la musica. Orecchio, emozione, evoluzione– Sironi Editore, 2015
  • Zatorre RJ, Chen JL, Penhune VB. When the brain plays music: auditory-motor interactions in music perception and production. Nat Rev Neurosci. 2007 Jul;8(7):547-58. doi: 10.1038/nrn2152. PMID: 17585307.
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