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Stanchezza cronica o persistente: come affrontarla?

Imparare a riconoscere e ascoltare la stanchezza, scegliendo consapevolezza, sostenibilità ed equilibrio

Ci sono periodi in cui dormire un’intera notte non basta per sentirci riposati. Può capitarci di svegliarci con la sensazione di non aver neanche staccato la spina, o con una sottile nebbia mentale che rende faticosa anche la decisione più semplice. Sebbene sia normale attraversare fasi di affaticamento, in particolare dopo periodi intensi o nei cambi di stagione, quando la spossatezza diventa una compagna di vita costante è fondamentale fermarci e ascoltarla: potrebbe trattarsi di stanchezza cronica. Imparare a riconoscere e comprendere la stanchezza è il primo passo per uscire dalla trappola semplicistica del “devo stringere i denti”, per ritrovare un’energia autentica e duratura.

Quando l’energia si esaurisce

La stanchezza non è sempre pigrizia né un deficit di volontà. Piuttosto, può essere uno stato di esaurimento persistente della riserva energetica dell’organismo, che dura da diverse settimane o mesi e che non migliora significativamente con il riposo ordinario.

La stanchezza persistente si distingue dalla fatica perché non è proporzionata agli sforzi fisici o mentali sostenuti. Spesso si manifesta attraverso un quadro di sintomi integrati:

  • Sindrome da deficit di recupero: il sonno perde la sua funzione rigenerativa.

  • Brain Fog (foschia mentale): calo di concentrazione, memoria a breve termine affaticata e ridotta lucidità nel problem solving.

  • Somatizzazioni fisiche: tensione muscolare diffusa, cefalee tensive, sbalzi d’umore e una spiccata vulnerabilità alle infezioni stagionali.

Il sistema è sovraccarico

La stanchezza persistente è quasi sempre il risultato di un’interazione tra biologia, psicologia e stile di vita. Non esiste un singolo responsabile ma, piuttosto, una somma di fattori che sovraccaricano il nostro sistema nervoso e metabolico:

  1. La trappola dello stress prolungato: quando viviamo per mesi in uno stato di allerta o ansia, l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene continua a richiedere la produzione di ormoni dello stress. Alla lunga, questo meccanismo perde la sua naturale flessibilità, portando a una disregolazione endocrina che prosciuga le riserve energetiche.

  2. Infiammazione sistemica di basso grado: anche un’alimentazione sbilanciata (ricca di zuccheri raffinati e cibi ultra-processati), la sedentarietà o un microbiota intestinale alterato possono innescare una lieve risposta infiammatoria costante. Il cervello interpreta questa infiammazione come uno stato di malattia, spingendo il corpo al risparmio energetico.

  3. Il carico mentale ed emotivo: trattenere emozioni non elaborate, vivere in ambienti lavorativi tossici o mantenere uno stile di vita iper-performante mina le risorse cognitive molto più di una corsa di dieci chilometri.

A volte è un errore di previsione

Una ricerca dell’Università di Verona suggerisce che la fatica persistente, in alcuni casi, potrebbe essere dovuta anche a un errore di previsione del cervello. Il nostro cervello, infatti, in modo naturale prevede le sensazioni che proveremo nel fare una certa azione e regola di conseguenza la percezione di sforzo correlato alla stessa.

Lo studio, pubblicato su Quarterly Journal of Experimental Psychology, dimostra che in alcune persone affette da malattia di Parkinson o disturbi neurologici funzionali, le sensazioni motorie sono percepite in modo più intenso e il cervello attribuisce uno sforzo eccessivo alle azioni, generando un affaticamento cronico che è indipendente dal reale dispendio energetico.



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Quando è una vera e propria sindrome

La stanchezza che non va via può essere un sintomo di un vero e proprio disturbo: la sindrome da stanchezza cronica, detta anche encefalomielite mialgica, caratterizzata da fatica cronica, che persiste per almeno 6 mesi

Questo disturbo ha spesso un esordio brusco, che segue un episodio particolarmente stressante. Presenta sintomi svariati, come disturbi del sonno, della cognizione, problemi di memoria, “pensiero nebbioso”, ipersonnolenza e dolore generalizzato. Nella sindrome da stanchezza cronica, i sintomi tendono a peggiorare a seguito anche di minimi sforzi fisici o mentali, che prima venivano generalmente tollerati senza problemi. Il trattamento può comprendere, per esempio, un supporto farmacologico o una terapia cognitivo comportamentale.

Come ritrovare l’energia

Se la stanchezza persiste, il primo passaggio fondamentale è quindi sempre un confronto con il proprio medico e con un professionista della salute mentale per escludere condizioni mediche sottostanti (come ipotiroidismo, anemia, carenze vitaminiche o patologie autoimmuni), una vera e propria sindrome da stanchezza cronica o delle istanze psicologiche che possono beneficiare di un lavoro psicoterapeutico.

Una volta escluse cause organiche specifiche o disturbi psicoemotivi, è possibile intraprendere un percorso multidimensionale per rigenerare il proprio benessere, che può abbracciare diversi lati della nostra quotidianità.

1. Igiene del sonno e ritmo circadiano

Il sonno non è solo quantità, ma qualità. Esporsi alla luce naturale del sole al mattino presto aiuta a regolare l’orologio biologico interno, favorendo la produzione di melatonina la sera. Ridurre schermi e luci blu nelle due ore precedenti il riposo evita di inviare al cervello falsi segnali di “diurna vigilanza”.

2. Alimentazione antinfiammatoria

Evitiamo le montagne russe glicemiche causate dagli zuccheri semplici, che offrono un picco energetico illusorio seguito da un crollo verticale. Prediligiamo invece un’alimentazione amica del nostro benessere, ricca di cibi freschi, grassi sani, vitamine e minerali, accompagnata da un’adeguata idratazione.

3. Movimento rigenerante

Quando ci sentiamo esausti, un allenamento ad altissima intensità rischia di essere un ulteriore fattore di stress per il nostro corpo. Meglio optare allora per un “movimento rigenerante”, magari mindful: camminate nella natura, yoga o mobilità articolare. L’obiettivo è stimolare la circolazione e le endorfine senza impoverire le riserve di ossigeno.

4. Gestione dell’equilibrio emotivo

Per coltivare l’equilibrio interiore è anche importante imparare a dire “no”. Proteggere il proprio tempo e spazio non è un atto di egoismo, ma di consapevolezza e responsabilità. Impariamo a identificare le attività che rischiano di diventare “vampiri energetici” nella nostra giornata — magari un’abitudine insalubre, un tempo eccessivo sui social media o una relazione non equilibrata — e a stabilire confini sani e nuovi equilibri più funzionali e rispettosi del benessere.

Scegliere la sostenibilità

La stanchezza non è un fallimento, ma un segnale prezioso di intelligenza del nostro organismo. Spesso è il modo in cui il nostro corpo ci chiede di rallentare, per evitare un crollo.

Imparare ad ascoltare la stanchezza persistente significa rinunciare a combattere contro noi stessi e costruire, un passo alla volta, un’esistenza più sostenibile. La sostenibilità non è la somma di una serie di decisioni esterne, fuori di noi, ma è soprattutto un orientamento interiore, fatto di scelte quotidiane che puntano all’equilibrio. Scarica l’EduKit di Fondazione Patrizio Paoletti dedicato alla sostenibilità, per trarre spunti pratici per una vita sana e serena. Riscopriamo insieme la bellezza di scelte consapevoli, bilanciate, modulate e di un ritmo che sa essere anche lento e di qualità, per una salute globale.

    Non temere mai di chiedere aiuto!
    Tutti i contenuti di divulgazione scientifica di Fondazione Patrizio Paoletti sono elaborati dalla nostra équipe interdisciplinare e non sostituiscono in alcun modo un intervento medico specialistico. Se pensi che tu o qualcuno a te vicino abbia bisogno dell'aiuto di un professionista della salute mentale, non esitare a rivolgerti ai centri territoriali e agli specialisti.

Bibliografia
  • Chrousos, G. P. (2009). Stress and disorders of the stress system. Nature reviews endocrinology5(7), 374-381.
  • Dantzer, R., O’connor, J. C., Freund, G. G., Johnson, R. W., & Kelley, K. W. (2008). From inflammation to sickness and depression: when the immune system subjugates the brain. Nature reviews neuroscience9(1), 46-56
  • Kitami, T., Fukuda, S., Kato, T., Yamaguti, K., Nakatomi, Y., Yamano, E., … & Watanabe, Y. (2020). Deep phenotyping of myalgic encephalomyelitis/chronic fatigue syndrome in Japanese population. Scientific reports10(1), 19933.
  • McEwen, B. S. (2005). Stressed or stressed out: what is the difference?. Journal of Psychiatry and Neuroscience30(5), 315-318.
  • Nakatomi, Y., Mizuno, K., Ishii, A., Wada, Y., Tanaka, M., Tazawa, S., … & Watanabe, Y. (2014). Neuroinflammation in patients with chronic fatigue syndrome/myalgic encephalomyelitis: an 11C-(R)-PK11195 PET study. Journal of Nuclear Medicine55(6), 945-950.
Sitografia
  • https://www.doctor33.it/articolo/65736/fatica-cronica-identificato-il-meccanismo-cerebrale-che-amplifica-la-sensazione-di-sforzo
  • https://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/sindrome-stanchezza-cronica.html
  • https://www.msdmanuals.com/it/professionale/argomenti-speciali/sindrome-da-stanchezza-cronica/sindrome-da-stanchezza-cronica 
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