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Come gestire l’ansia nei bambini?

Negare l’emozione non aiuta, meglio attraversarla insieme

Non pensarci”, “Non essere triste”, “Non avere paura”. Molti adulti, davanti all’ansia di un bambino, reagiscono così. Spesso lo fanno con le migliori intenzioni: cercano di rassicurare, proteggere, alleggerire il peso di un’emozione difficile. Eppure, negare o minimizzare ciò che un bambino prova raramente aiuta davvero. L’ansia nei bambini è un’esperienza più comune di quanto si pensi. Può emergere prima di andare a scuola, al momento di separarsi dai genitori, davanti a un cambiamento o a una situazione nuova. A volte si manifesta con pianto e agitazione, altre con silenzio, irritabilità o disturbi fisici apparentemente inspiegabili. In questi momenti, il punto non è eliminare immediatamente l’emozione, ma aiutare il bambino a comprenderla e attraversarla. L’educazione emotiva, infatti, non consiste nell’evitare le emozioni considerate “negative”, ma nel costruire strumenti per riconoscerle, esprimerle e gestirle nel tempo.

Cos’è l’ansia nei bambini e come si manifesta

L’ansia è una risposta naturale del corpo e della mente davanti a una situazione percepita come difficile, incerta o minacciosa. In età evolutiva, una certa quota di ansia è fisiologica: accompagna la crescita, i cambiamenti e le nuove esperienze.

I bambini, però, spesso non possiedono ancora il linguaggio necessario per spiegare ciò che sentono. Per questo l’ansia può manifestarsi soprattutto attraverso il corpo o il comportamento.

Tra i segnali più comuni ci sono:

  • mal di pancia o mal di testa frequenti,
  • difficoltà nel sonno,
  • irritabilità,
  • bisogno costante di rassicurazioni,
  • paura di separarsi dalle figure di riferimento,
  • evitamento di alcune situazioni,
  • agitazione o pianto improvviso.

Secondo l’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, i disturbi d’ansia rappresentano una delle condizioni psicologiche più diffuse tra bambini e adolescenti. Questo non significa che ogni paura o preoccupazione debba allarmare, ma ricorda quanto sia importante osservare e ascoltare con attenzione i segnali emotivi dei più piccoli.

Perché tendiamo a negare le emozioni “negative”

Molti adulti sono cresciuti con l’idea che alcune emozioni siano accettabili e altre no. La gioia, l’entusiasmo e la tranquillità vengono incoraggiati; tristezza, rabbia e ansia spesso vengono invece corrette o silenziate.

Così, davanti a un bambino ansioso, può emergere la tendenza a dire: “non è niente”, “sei troppo sensibile”, “devi stare tranquillo”.

Il problema è che un bambino non smette di provare un’emozione solo perché gli viene chiesto di farlo. Anzi, può iniziare a sentirsi sbagliato proprio per ciò che prova.

La psicologa Susan David definisce questo meccanismo “negazione emotiva”: il tentativo di allontanare emozioni considerate scomode o indesiderabili, invece di comprenderle e integrarle. Nel tempo, questa difficoltà a riconoscere le emozioni può ostacolare lo sviluppo della consapevolezza emotiva.

Anche gli adulti, del resto, possono sentirsi a disagio davanti alla sofferenza dei bambini. L’ansia infantile può attivare paura, impotenza o senso di colpa nei genitori e negli educatori. In alcuni casi, il bisogno di “far smettere” il bambino nasce proprio dalla fatica dell’adulto nel tollerare quell’emozione.

Quando l’ansia del bambino diventa anche ansia del genitore

“Cosa ho sbagliato?”, “Se mio figlio sta male, significa che ho fallito?”. Sono domande comuni. Molti genitori vivono l’ansia del figlio come un riflesso diretto delle proprie capacità educative. Ma trasformare ogni emozione difficile del bambino in una colpa personale rischia di aumentare la tensione emotiva all’interno della relazione.

L’empatia non significa assorbire completamente il disagio dell’altro. Significa esserci, mantenendo però una stabilità emotiva che possa aiutare il bambino a sentirsi al sicuro.

Gli studi sull’attaccamento mostrano che i bambini sviluppano gradualmente capacità di regolazione emotiva anche attraverso la relazione con adulti emotivamente disponibili e prevedibili. Questo non richiede perfezione. Richiede presenza, ascolto e disponibilità a riconoscere le emozioni senza lasciarsi spaventare da esse.

Anche il modo in cui gli adulti gestiscono le proprie emozioni ha un impatto importante. I bambini osservano continuamente: imparano non solo da ciò che viene detto, ma soprattutto da come gli adulti reagiscono allo stress, all’incertezza e alla fatica emotiva.


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Cosa aiuta davvero un bambino ansioso

Accogliere l’ansia non significa alimentarla. Significa creare uno spazio in cui il bambino possa sentirsi compreso e accompagnato.

Una delle strategie più utili è validare l’emozione senza giudicarla. Frasi come “vedo che sei preoccupato”, “capisco che questa situazione ti faccia paura” o “sono qui con te”, aiutano il bambino a sentirsi riconosciuto.

Anche dare parole alle emozioni è fondamentale. Quando un adulto aiuta un bambino a identificare ciò che prova, contribuisce allo sviluppo della competenza emotiva: la capacità di riconoscere, esprimere e gestire gli stati emotivi.

In molti casi non servono soluzioni immediate. Un bambino in ansia non ha sempre bisogno che il problema venga eliminato subito; spesso ha bisogno di sentire che non è solo mentre affronta quell’emozione.

Possono essere utili anche strumenti concreti di regolazione emotiva, come:

  • routine prevedibili,
  • tecniche di respirazione,
  • attività corporee,
  • momenti di calma condivisa,
  • gioco simbolico,
  • attività creative ed espressive.

La ricerca mostra che le esperienze relazionali positive e la regolazione emotiva supportata dagli adulti rappresentano importanti fattori protettivi per il benessere psicologico dei bambini.

Educazione emotiva e prevenzione

Parlare di ansia nei bambini significa anche parlare di prevenzione e salute mentale. Imparare fin da piccoli a riconoscere le emozioni, tollerare la frustrazione e chiedere aiuto può contribuire allo sviluppo di maggiori risorse emotive nel corso della vita.

L’educazione emotiva non elimina le difficoltà, ma aiuta i bambini a costruire strumenti per affrontarle. Questo è particolarmente importante in un contesto sociale in cui il disagio emotivo e relazionale tra bambini e adolescenti appare sempre più diffuso.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la salute mentale non coincide semplicemente con l’assenza di disturbi, ma comprende il benessere emotivo, relazionale e sociale della persona. Per questo motivo, aiutare i bambini a entrare in contatto con le proprie emozioni non è un dettaglio secondario dell’educazione. È parte della loro crescita.

Quando chiedere supporto

Esistono paure e momenti di ansia che fanno parte dello sviluppo. Tuttavia, è importante osservare se il disagio diventa persistente o interferisce significativamente con la vita quotidiana del bambino.

Alcuni segnali da non sottovalutare possono essere:

  • forte evitamento di scuola o relazioni,
  • difficoltà persistenti nel sonno,
  • sintomi fisici frequenti,
  • crisi intense e ricorrenti,
  • isolamento,
  • sofferenza prolungata nel tempo.

Chiedere supporto a professionisti dell’educazione o della salute mentale non significa aver fallito come genitori. Al contrario, significa riconoscere un bisogno e cercare strumenti adeguati per affrontarlo.

L’obiettivo non è crescere bambini che non provano mai ansia, paura o tristezza. Le emozioni fanno parte dell’esperienza umana. Ciò che può fare la differenza è aiutare i bambini a sentirsi ascoltati, compresi e accompagnati anche nelle emozioni più difficili.

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Bibliografia
  • Kowalchuk, A., Gonzalez, S. J., & Zoorob, R. J. (2022). Anxiety Disorders in Children and Adolescents. American family physician, 106(6), 657–664.
  • David, S. (2016). Emotional Agility: Get Unstuck, Embrace Change, and Thrive in Work and Life. New York: Avery/Penguin Random House.
  • National Research Council (US) and Institute of Medicine (US) Committee on Integrating the Science of Early Childhood Development, Shonkoff, J. P., & Phillips, D. A. (Eds.). (2000). From Neurons to Neighborhoods: The Science of Early Childhood Development. National Academies Press (US).
  • Siegel, D. J., & Bryson, T. P. (2012). The whole-brain child. Delacorte Press.
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