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Il sapere è al tempo stesso l'esigenza e lo strumento essenziale dello sviluppo
La piattaforma e-learning di Fondazione Patrizio Paoletti è stata concepita e realizzata per sostenere e implementare i percorsi di lifelong learning che l'ente progetta e sviluppa in Italia e all'estero. Sulla piattaforma sono presenti contenuti ed esercizi fruibili in quattro differenti lingue per far fronte ad un utenza diversificata e diffusa, ad oggi, su quattro continenti. La piattaforma contiene un sapere pedagogico derivato dalle attività di ricerca (neuroscientifica, educativa, didattica e compilativa) che la fondazione promuove e persegue, i corsi sono seguiti da docenti e tutor specializzati. Sulla piattaforma si possono consultare materiali e testi specifici di Pedagogia per il Terzo Millennio, sistema pedagogico che opera per il miglioramento e lo sviluppo del potenziale di relazione tra gli individui.

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Rubrica Human Nature: La scienza e le "dimensioni" della mente, una lezione di Kant
Rubrica Human Nature: La scienza e le "dimensioni" della mente, una lezione di Kant

Introduzione: La divulgazione come impegno sociale
La Rubrica Human Nature vuole costituire un significativo contributo della Fondazione Patrizio Paoletti al dialogo tra diversi ambiti scientifici: mai come ai nostri giorni si è sentita la necessità improrogabile di un tale dialogo, pena l’avviarci verso una pericolosa forma di incomunicabilità sociale. La nostra Fondazione, impegnata com’è in una ricerca costante sulle potenzialità dell’uomo ha costituito un gruppo di specialisti (neuroscienzati, psicoterapeuti, psicologi, pedagogisti e storici della filosofia), che possano offrire punti di vista e diffondere il dialogo tra varie discipline ai più vasti strati della popolazione. In quest'ottica, la rubrica Human Nature si propone come un’opera di seria e profonda divulgazione che, rimanendo fedele alla correttezza scientifica e al rigore, sia in grado di attrarre il lettore verso la bellezza della conoscenza.

La scienza è un veicolo di conoscenza indispensabile, ma a volte è anche una moda, dove la cautela tipica dello scienziato viene sostituita con la contemplazione di verità assolute.

Negli anni ’50 del secolo scorso cominciarono le ricerche sull’Intelligenza artificiale, e subito si cominciò a parlare di un futuro in cui l’uomo sarebbe stato sostituito dalle macchine: settanta anni dopo, quella paura resta ancora una fantasia. Venti-trenta anni fa andava di moda la genetica. Tutto si sarebbe potuto spiegare con i geni: dal colore dei capelli alla tendenza criminale. Anche stavolta, speranze e paure si intrecciarono: si parlava di un futuro in cui si sarebbero selezionati gli uomini in base ai geni. E anche in questo caso, sono rimasti gli allarmi, ma nulla di quanto si temeva – e sperava – si è realizzato; piuttosto, si è capita meglio la complessa dipendenza dello sviluppo umano dai geni, e ancora oggi i massimi specialisti invitano a diffidare dell’“animismo genetico”, in base a cui si ritrova il proprio destino iscritto nei geni.

Oggi, la moda è la neuroscienza. Si parla di neuroni della lettura, di neuroni della simpatia, dell’amore, della gelosia, ecc. Ogni disciplina, dall’etica all’economia, viene interessata a includere una nuova sezione, con il prefisso neuro-. Ma si parla anche, giustamente, di “neuromania”, o “neuromitologia”, perché, di nuovo, spesso le estrapolazioni dei giornali vanno ben oltre quanto sia stabilito con il metodo scientifico.

La situazione non è nuova. Già nel XVIII secolo ci fu un’epoca – la prima – di neuromania. Molti filosofi e fisiologi cominciarono a identificare la persona con il cervello, piuttosto che con l’anima. Era il secolo dell’Illuminismo, cioè del movimento che si proponeva di diffondere a tutti il diritto alla formazione e la capacità dell’autonomia. Eppure una nuova passività, un senso di fatalismo, si annidava nelle ricerche scientifiche e in particolare mediche. Fu il secolo successivo, l’Ottocento, a portare questa tendenza alla maturazione: la localizzazione delle funzioni mentali nel cervello fece pensare, con la frenologia di Gall, che ogni capacità umana potesse risultare localizzabile, e misurabile, mediante l’osservazione del cervello.

Oggi, anche se si conosce la complessità e la plasticità del cervello, e simili semplificazioni sono vietate, rimane ancora traccia di quell’idea, quando si cerca nei neuroni la chiave di lettura del proprio destino. È come se la scienza del cervello fosse diventata una nuova astrologia, in cui l’uomo rinunciatario non cerca semplicemente una conoscenza di sé (che vi può trovare, entro certi limiti), ma l’anticipazione del proprio futuro, o la giustificazione di azioni di cui non vuole assumersi la responsabilità.

Eppure prima ancora che iniziasse questo percorso, alla fine del XVIII, un grande filosofo, Immanuel Kant, aveva insegnato a guardare le cose diversamente. Secondo Kant lo studio del cervello era certamente utile a capire come funzionasse la mente, per esempio come mai avesse luogo l’associazione delle idee – quel fenomeno per cui un pensiero o un’immagine ne richiamano altre involontariamente. Ma Kant aveva affermato che lo studio dell’uomo non poteva ridursi a questo, e anzi che questo tipo di antropologia era inutile, perché non indicava nessun modo per modificare se stessi. Nella sua Antropologia (1798) Kant scrisse che lo studio delle tracce cerebrali poteva insegnare molto su attività mentali, come per esempio la memoria, ma in esso l’uomo restava “spettatore”. A questo modo di studiare l’uomo Kant ne contrapponeva uno “pragmatico”, in base a cui si impara a usare meglio o diversamente le proprie facoltà. Egli contrapponeva così due antropologie, quella fisiologica”, che ricerca “ciò che la natura fa dell’essere umano”, e quella “pragmatica”, che riguarda “ciò che l’uomo, come essere libero, fa di sé, o può e deve fare di sé”.

Dietro questa affermazione si nascondeva la soluzione di un antico problema, la possibilità del libero arbitrio, che non ha smesso di affaticare i filosofi. A questo proposito di questo problema, e della sfida delle neuroscienze, Kant aveva elaborato un argomento molto sottile, contenuto in un saggio su uno dei massimi neuroscienziati dell’epoca: egli sosteneva che, anche se si ammette che la base dell’attività mentale è il cervello, questo non significa che l’attività mentale sia ricavabile da leggi di natura. Al contrario, noi conosciamo delle leggi puramente razionali, come gli obblighi morali (o le leggi razionali e universali che all’epoca si cominciarono a porre alla base dei diritti umani), che non si possono ricavare da nessuna legge naturale.

Al contrario, noi siamo consapevoli del fatto che spesso la natura, attraverso impulsi e condizionamenti riflessi, ci spinge a agire in un modo che entra in conflitto con quanto ci sembra doveroso. Noi viviamo questo conflitto, e possiamo decidere di agire moralmente, o di non farlo, e quando non lo facciamo, e agiamo secondo segreti interessi – magari anche quando apparentemente ci siamo comportati in modo buono – noi sappiamo intimamente di non averlo fatto. Tutto questo, di per sé, basta a riconoscere che siamo liberi, e a non ricavare dallo sviluppo delle conoscenze scientifiche un determinismo, cioè l’idea che nessuna nostra azione è veramente libera – come volevano molti scienziati e filosofi del Settecento.

Secondo Kant, in altre parole, anche se la realtà è unica, essa si presenta alla nostra esperienza secondo diverse “dimensioni” – fisica, morale, estetica – e la filosofia ci aiuta a comprendere le diverse leggi che possono regolare la mente in queste diverse dimensioni, senza che l’una sia riducibile all’altra. Per Kant, dunque, il problema nel libero arbitrio non si risolve rimanendo sulla dimensione fisica, o fisiologica, ma elevandosi con un salto logico verso un’altra dimensione della realtà.

Il problema, dicevamo, non ha smesso di affaticare i filosofi, che hanno il vizio (o la virtù) di continuare a esaminare problemi antichi e bizzarri, a volte anche problemi che si considerano già risolti, o insolubili, finendo a volte col trovare qualcosa a cui nessun altro aveva pensato. Questo ci insegna anche a ripensare di nuovo a alcuni problemi, come il libero arbitrio, per non commettere errori del passato.

Proprio del libero arbitro ha parlato il filosofo Mario De Caro a “21 minuti next”, lo scorso 23 Novembre a Assisi. De Caro è uno dei massimi esperti di questo problema a livello internazionale. Egli giunge a conclusioni analoghe a quelle di Kant: difende l’intuizione del libero arbitrio di fronte allo sviluppo delle conoscenze scientifiche attuali. Ma per farlo si confronta con conoscenze estremamente progredite, nell’attuale neuroscienza, per ritrovare le ragioni per cui questa disciplina non ci deve indurre a disfarci del senso di responsabilità di fronte a noi stessi e agli altri.

Ma di questa riattualizzazione del problema, che finisce fino alle aule dei tribunali, parleremo nel prossimo appuntamento di questa rubrica.
 

Leggi gli altri articoli della Rubrica human Nature:
- "Come l'acqua per i pesci"
- "Una scienza della coscienza?"
- "Le passioni di Cartesio"
- "Mente e corpo, una cosa sola: da Spinoza alle neuroscienze di oggi"