E-learning

Il sapere è al tempo stesso l'esigenza e lo strumento essenziale dello sviluppo
La piattaforma e-learning di Fondazione Patrizio Paoletti è stata concepita e realizzata per sostenere e implementare i percorsi di lifelong learning che l'ente progetta e sviluppa in Italia e all'estero. Sulla piattaforma sono presenti contenuti ed esercizi fruibili in quattro differenti lingue per far fronte ad un utenza diversificata e diffusa, ad oggi, su quattro continenti. La piattaforma contiene un sapere pedagogico derivato dalle attività di ricerca (neuroscientifica, educativa, didattica e compilativa) che la fondazione promuove e persegue, i corsi sono seguiti da docenti e tutor specializzati. Sulla piattaforma si possono consultare materiali e testi specifici di Pedagogia per il Terzo Millennio, sistema pedagogico che opera per il miglioramento e lo sviluppo del potenziale di relazione tra gli individui.

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Generazioni social poco empatiche. WhatsApp?
Generazioni social poco empatiche. WhatsApp?

8 adolescenti su 10 usano Whatsapp, il 93% degli adolescenti si collega a internet dallo smartphone, l’81% lo fa tutti i giorni e sempre più spesso nelle ore notturne, il 75% ha un proprio profilo Facebook.

La tecnologia corre sempre più veloce e i nostri ragazzi cavalcano in tempo reale le sue trasformazioni, sfruttandone gli aspetti positivi e subendone inconsapevolmente quelli negativi. Dall’altra parte, i genitori e gli educatori hanno sempre più difficoltà a comprendere come si strutturano le relazioni dei loro figli sui nuovi social network e quali sono i rischi di un abuso per la loro salute.

È sbagliato demonizzare la tecnologia, è utile pensare ai rischi connessi ad un uso eccessivo della stessa, soprattutto da parte dei nostri ragazzi. Per affrontare un tema così complesso, necessariamente in modo parziale, analizziamo uno dei suoi aspetti più interessanti: l’impatto che l’abuso di questo tipo di tecnologie può avere sul cervello di bambini e adolescenti. In questo articolo partiremo dalle capacità empatiche.

Un gruppo di ricercatori dell’UCLA ha scoperto che i bambini che trascorrono troppe ore davanti ad uno schermo elettronico (TV, computer, tablet e smartphone) hanno maggiori difficoltà a comprendere le emozioni altrui. Nella loro indagine, gli scienziati hanno somministrato due “test emotivi” a due gruppi di bambini: un gruppo aveva passato i 5 giorni precedenti al test in un ambiente nel quale non era concesso l’uso di computer e smartphone, mentre il secondo gruppo era rimasto in un ambiente abituale.

Nel primo test, ai bambini sono state presentate 48 fotografie raffiguranti volti di persone che esprimevano emozioni diverse e con diversa intensità. Ciascuna foto è stata presentata per 2 secondi, dopodiché ai bambini è stato chiesto quale emozione avessero individuato nell’immagine. Allo stesso modo, nel secondo test ai partecipanti veniva chiesto di giudicare lo stato emotivo degli attori di alcuni video. I bambini del primo gruppo, che nei giorni pre-test avevano avuto l’occasione di svolgere attività ricche di interazioni personali dirette, hanno ottenuto risultati significativamente migliori in entrambi test rispetto a quelli ottenuti dal secondo gruppo.

I social network sembrano amplificare quest’ analfabetismo emotivo per un motivo ben preciso. Ideati per connettere, questi mezzi hanno inaugurato un tipo di interrelazione del tutto inedita nella storia dell’umanità. Quando interagiamo con una persona faccia a faccia, il nostro interlocutore ci trasferisce un flusso di informazioni non verbali, attraverso lo sguardo, le espressioni del viso e il tono di voce, che ci dicono immediatamente se il nostro comportamento è socialmente accettabile o no. Nelle chat questo scambio emotivo non può avvenire. L’assenza di un’interazione fisica fa seguire ad una conversazione tra due adolescenti su una chat dinamiche del tutto diverse da quelle che avrebbe seguito in una relazione faccia a faccia.

Per comprendere quali possono essere i risultati di quest’assenza di empatia analizziamo un altro esperimento.

Due psicologi americani hanno condotto alcuni studenti (che non si conoscevano tra loro) in laboratorio e li hanno virtualmente messi in coppia in una chat online per fare conoscenza. 1 conversazione su 5 è diventata molto presto spiccatamente sessuale, con termini espliciti e richieste dirette. I ricercatori sono rimasti stupefatti. Al di fuori dalle cabine sperimentali, gli studenti si erano comportati in modo umile, educato e rispettoso. Probabilmente nessuno di loro avrebbe mai osato impostare una conversazione simile se si fosse trovato a quattr’occhi con una di quelle persone conosciute da pochi minuti.

Le neuroscienze hanno dimostrato che specifiche aree del cervello, le cortecce prefrontale ed orbitofrontale, e specifiche cellule, i “neuroni specchio”, hanno la funzione di filtrare le nostre emozioni e di gestirle nel caso in cui non siano adeguate alla situazione in cui ci troviamo.

Grazie a questi meccanismi che governano la nostra capacità empatica, ogni volta che interagiamo con un’altra persona ci rispecchiamo in essa: un sorriso o un ammiccamento, uno sguardo fisso o uno accigliato sono indizi di ciò che sta accadendo nell’altra persona. Ci basiamo su questi messaggi interiori per intuire ciò che potrebbe essere in atto nell’altro e il contenuto della sua mente invade la nostra. Ma su Internet mancano la maggior parte di questi feedback empatici di cui il cervello ha bisogno per aiutarci a controllare il nostro comportamento dal punto di vista sociale.

Seppur “programmato” per l’empatia, crescendo il cervello umano continua a cambiare e le capacità empatiche possono potenziarsi o indebolirsi. Ecco perché è fondamentale che i nostri bambini e ragazzi le tengano costantemente in allenamento, senza impigrirle troppo con un abuso delle chat e dei social network. Il discorso, naturalmente, vale anche per gli adulti.

Ciò che possono fare i genitori, piuttosto che vietare o imporre regole anacronistiche, è insegnare ai figli a bilanciare il tempo che trascorrono sui social network con numerose e differenziate occasioni di socializzazione diretta.

BIBLIOGRAFIA
- Generazione I like , Società Italiana di Pediatria
- Nativi digitali ma poco emotivi, Oggiscienza
- K. G. Niederhoffer e J. W. Pennebaker, Linguistic Style Matching in Social Interaction, “Journal of Language and Social Psychology”, 2002
- D. Goleman, Intelligenza sociale, Rizzoli, 2006
 

Photo credit: Jan Persiel / Foter / CC BY-SA