E-learning

Il sapere è al tempo stesso l'esigenza e lo strumento essenziale dello sviluppo
La piattaforma e-learning di Fondazione Patrizio Paoletti è stata concepita e realizzata per sostenere e implementare i percorsi di lifelong learning che l'ente progetta e sviluppa in Italia e all'estero. Sulla piattaforma sono presenti contenuti ed esercizi fruibili in quattro differenti lingue per far fronte ad un utenza diversificata e diffusa, ad oggi, su quattro continenti. La piattaforma contiene un sapere pedagogico derivato dalle attività di ricerca (neuroscientifica, educativa, didattica e compilativa) che la fondazione promuove e persegue, i corsi sono seguiti da docenti e tutor specializzati. Sulla piattaforma si possono consultare materiali e testi specifici di Pedagogia per il Terzo Millennio, sistema pedagogico che opera per il miglioramento e lo sviluppo del potenziale di relazione tra gli individui.

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Sbagliare? E' umano. Valenze educative dell'errore. Parte II
Sbagliare? E' umano. Valenze educative dell'errore. Parte II

Segue da Sbagliare è umano. La valenza educativa dell’errore. Parte I

Nella prima parte dell’articolo abbiamo descritto una ricerca scientifica, effettuata presso la Michigan State University, che ha dimostrato come la capacità di apprendere dagli errori sia fortemente condizionata dalla mentalità con la quale le persone affrontano gli errori stessi. E’ importante ora comprendere che importanza può assumere questo dato scientifico in ambito pedagogico.

Una psicologa della Stanford University, Carol Dweck, ha condotto ricerche molto originali sull’errore, indagando ulteriormente le influenze che le credenze personali esercitano sull’apprendimento. I suoi esperimenti sono ancora più interessanti perché compiuti direttamente in contesti scolastici.

Il più famoso ha coinvolto 400 studenti di quinta elementare, cui veniva somministrato un test non verbale molto semplice. Una volta finita la prova, i bambini venivano informati del punteggio conseguito e venivano ricompensati : Dweck lodava metà di essi per il loro impegno (“devi esserti impegnato molto!”– gruppo 1), l’altra metà per la loro intelligenza (“sei stato intelligente!” – gruppo 2).

La psicologa e i suoi collaboratori chiedevano poi agli studenti di scegliere tra due differenti test successivi: uno era loro descritto come molto simile a quello appena eseguito, l’altro come molto più difficile. Il modo in cui erano stati lodati i bambini influenzava fortemente la loro scelta! Il 90% dei bambini lodati per il loro impegno sceglieva il test difficile, al contrario, quelli lodati per la loro intelligenza sceglievano quasi nella stessa percentuale il test facile. A cosa era dovuta questa differenza? I bambini lodati per l’intelligenza non volevano correre il rischio di sbagliare sembrando meno intelligenti: la loro “credenza personale” derivata dalla lode ricevuta ("lei crede che io sia intelligente, meglio non farle cambiare idea") inibiva il loro desiderio di affrontare ulteriori errori e difficoltà.

Messi alla prova con un ulteriore test, molto difficile per loro, i bambini dei due gruppi reagivano in modo del tutto differente. Gli studenti lodati per l’impegno si mettevano alla prova, anche se ciò significava correre il rischio di fallire. Essi si applicavano molto per risolvere il test, mentre quelli del gruppo 2 si scoraggiavano facilmente e vedevano gli errori come un segno di fallimento. Veniva poi data a tutti la possibilità di aiutarsi nel compito confrontandosi con i test risolti da altri ragazzi più grandi di loro: i componenti del primo gruppo decidevano di seguire l’indicazione per risolvere i loro errori, gli altri no.

Un ulteriore test finale riproponeva una prova della stessa difficoltà dell’ultima eseguita: i bambini del gruppo 1 erano migliorati del 30%, quelli del gruppo 2 erano peggiorati del 20%!

Secondo quest’esperimento, dunque, gratificare l’intelligenza del bambino è una pratica educativa che rischia paradossalmente di incoraggiarlo ad evitare le difficoltà, così utili all’apprendimento. Lodarne l’impegno è, invece, un’azione utile a fargli sviluppare una mentalità aperta, capace di accogliere ed affrontare le sfide.

C’è di più: vedere l’errore come un fallimento ci fa imparare effettivamente di meno da quest’esperienza e corriamo un rischio più alto di ricadere nello stesso errore in futuro. Se gli individui, sin da piccoli, non imparano a vedere nell’errore e nella difficoltà un’opportunità di crescita o, ancor peggio, evitano del tutto il problema, la loro mente non rimetterà mai in discussione i suoi modelli, la loro capacità di apprendere sarà penalizzata fortemente e diminuiranno numericamente anche le esperienze concrete dalle quali imparare.

Mettersi in gioco, guardare agli obbiettivi raggiunti come ad un nuovo punto di partenza in un'ottica di miglioramento e di apprendimento continuo (lifelong learning) è oggi, invece, una priorità che il nostro tempo ci invita a privilegiare, anche nell’educazione dei nostri figli.
 

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